l’architettura immaginata

fitter happier and more productive

A center, a list, 3 S: the tale of the small 

text published on C3 Magazine, n.321

versione italiana

A temple as a center of gravity…

The monk, interpreted by Kim Ki Duk, climbs up laboriously to the top of the mountain, between bristling paths of dusty earth and layers of slippery ice. He brings a small statue and, tied to the body, a heavy stone, a symbol of an ancient guilt and of a physical repentance that may perhaps expiate the sins of the monk.

At the end of this difficult journey, almost surprised, the glance of the protagonist settles over the valley below and over the small lake closed in the green forest. At the center, like a magnet around which focuses the entire landscape, a building lies placidly: it is the temple from which comes the monk, a tiny pagoda, floating docilely on the still waters of the lake, now frozen.

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triennale, milano, 89 anni dopo

Durante gli 89 anni di storia dell’istituzione Triennale, alcune cose sono cambiate.

Qualcuna in peggio.

Altre in peggio.

Luigi Figini and Gino Pollini, Casa Elettrica, IV Triennale, 1930

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specie di libri #20: Done.Book

C’è un leggero scarto disorientante fra le immagini dell’archivio Gavagnin e quelle degli appunti veneziani di Ruskin. Pur narrando vicende simili, il parallelo fra le due storie non è perfetto e in questa minima discrepanza si insinua l’interesse per il libro di Wolfgang Sheppe, Done. Book, presentato alla dodicesima Mostra Internazionale di Architettura, nel 2010.

Qui sono riportate le fotografie che i coniugi Gavagnin, Gabriella ed Alvio, hanno scattato a Venezia durante una vita di collezionismo, sistematicamente, sestiere per sestiere, partendo dal numero civico 1 e arrivando al 6.000 o più, messe a confronto con gli schizzi che John Ruskin, intorno alla metà del 1800, fece a Venezia, ancora sistematicamente, riunendoli in libri dai titoli glacialmente meticolosi (Door Book, Gothic Book, Palace Book, St M. Book, …).

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denso – sfumato: una azione da gol, una canzone

L’11 ottobre 2011 la nazionale di calcio spagnola affronta quella scozzese, in un incontro valido per la qualificazione a Euro 2012.

Intorno al sesto minuto i giocatori della Spagna inanellano 41 passaggi consecutivi, durante i quali tutti e undici i giocatori, compreso dunque il portiere, toccano la palla almeno una volta e per circa un minuto e mezzo impediscono agli avversari di sfiorare il pallone.

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specie di libri #19: luoghi di niente

Appena qualche mese dopo il matrimonio cominciammo a delimitare delle zone dell’appartamento chiamandole “Luoghi di Niente”, dove era garantita un’intimità assoluta, convenimmo di non guardare mai le zone di esclusione, erano territori che non esistevano, dove per un po’ era possibile cessare di esistere, il primo fu quello in camera da letto, ai piedi del letto, lo segnammo sulla moquette col nastro adesivo rosso, ed era grande giusto per starci in piedi, era un posto carino per sparire, sapevamo che era lì ma non lo guardavamo mai, e funzionava così bene che decidemmo di creare un Luogo di Niente nel soggiorno, sembrava indispensabile perché a volte uno ha voglia di sparire e basta, questa zona la facemmo leggermente più ampia, in modo da potercisi sdraiare, una regola era non guardare mai quel rettangolo di spazio, non esisteva, e quando c’eri dentro non esistevi nemmeno tu, per quel po’ di tempo che bastava, ma solo un po’, ci servivano altre regole, e il nostro secondo anniversario delimitammo tutta la camera degli ospiti come Luogo di Niente, sul momento l’idea ci sembrò buona, qualche volta una piccola zona ai piedi del letto, o un rettangolo in soggiorno, non bastava, il lato della porta che dava sulla camera degli ospiti era Niente, quella che dava sul corridoio era Qualcosa, il pomello che li collegava non era ne’ Qualcosa ne’ Niente.

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On being on the top

text published on C3 Magazine, n.318

versione italiana

A picture painted by the Chinese artist Zhou Schen between the late fifteenth and the early sixteenth centuries shows a mountain landscape rising above the opaque white of the clouds. Without colors, but with complex strokes, alternating dark and light patches, watered down, it sets a great landscape, although, strangely, calm. Some roofs, hidden among the trees, show us possible architectures, but the less well-defined stroke makes us understand that the focus should be placed elsewhere.

There, where the top of the mountain frees itself from drawing and returns white as the clouds, stands a figure, stylized yet full of details: the long tunic, with wide sleeves, a sword, the hair collected behind the nape. It is the person described by the title of the work (Poet on a Mountain Top), going forward slowly, due to the solemnity of the action, to the highest peak.

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Un anti-manifesto milanese

Fortunato Depero, Copertina di News Auto Atlas, 1930

di Chiara Quinzii, Diego Terna

Mentre stavamo scrivendo un testo sull’incredibile deficit progettuale della città di Milano nei confronti di una mobilità alternativa al traffico veicolare privato, il 6 Novembre 2011 un ragazzo di 12 anni è morto a causa dai traumi riportati dall’impatto con un tram.

L’incidente è stato causato dal parcheggio in seconda fila di una serie di automobili, che ha portato il ragazzo ad accentrarsi nella carreggiata, ed all’improvvisa apertura della portiera di una di queste, che lo ha obbligato a scartare nuovamente verso il centro, dove sopraggiungeva un tram.

Prima che l’emozione dolorosa per questa ingiusta morte venga presto dimenticata, come spesso accade in Italia, sarebbe stato auspicabile vedere, ai funerali del ragazzo, i sindaci delle passate amministrazioni comunali (come massimi rappresentanti di una intera cittadinanza che li ha assecondati negli anni), a spiegare le ragioni di una progettazione urbana che ha sempre, decisamente, favorito la mobilità delle auto private a scapito dei mezzi pubblici, delle biciclette, dei pedoni.

Questo avvenimento, per quanto sfortunato, era infatti assolutamente prevedibile e, se non vogliamo fare del ragazzo un numero legato ad un mero calcolo delle probabilità, sarebbe necessario che si presentasse anche l’attuale sindaco, a farsi ufficialmente carico di un cambiamento, che azzeri le possibilità che fatti del genere possano ancora accadere.

Ciò vuol dire che Milano, se non vuole vedere altre persone morte a causa di un traffico stradale incontrollato o, molto più lentamente, a causa dei danni da inquinamento, deve cambiare radicalmente il proprio approccio alla mobilità, passando da una visione totalmente a favore dell’auto ad un immaginario in cui questa diventa uno dei tanti (il meno importante, magari) tipi di traffico presenti sulle strade cittadine. 

Il testo che segue è una breve riflessione bloccata dall’avvenimento e poi ripresa, come una delle tante voci che hanno parlato dopo quanto è successo.


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specie di libri #18: Pet Architecture

When we walk on the streets of Tokyo, we find amazingly small buildings between streets, along widened roads and spaces between tracks and roads.[…] Their laudable presence reminds me of something, I thought, and one day, I realized that they are like pets. Our society does not consist only of human beings. Various animals come into our lives as “pets”, and they were given spaces to live. […] It is said that connecting with pets psychologically relieves many people. It is because they live a totally different existence from us […]. It is quite good for our mental health since pets are not subjects of direct comparison to us, human beings. In other word, if decent buildings standing in decent spaces were to be considered “human beings”, small building standing with all their might in odd spaces would seem to be like pets in urban spaces due to the sense of distance from human beings and the sense of presence in scenery. […] We have decided to call small buildings “Pet Architecture”, those that are smaller than “rabbit houses” (a term to make fun of small houses in Tokyo) and bigger than doghouses.

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Nenikékamen, or about constrained geometry

text published on C3 Magazine, n.318

versione italiana

Nenikékamen (We have won) screamed Pheidippides when he arrived in Athens, in the summer of 490 B. C., to bring news about the successful battle of Marathon. After screaming the glad tidings, he died, destroyed by fatigue (not only from the stretch from Marathon to Athens, but especially for the 500 km travelled in the two previous days, between Athens and Sparta).

Luc-Olivier Merson, Painting of Pheidippides, 1869

The conclusion of the battle became epic and, for the first time, a distance became a legend. That distance is 40 kilometers, the distance from Marathon to Athens, which became even more intriguing because of a change made for the London Olympics in 1908, when it was decided to increase the distance of the modern marathon to 26 miles, and then again to 26 milesand 385 yards, to put the finish line just below the royal stage. Thus, for a little over one hundred years, the legend has set its final limits at 42 kilometersand 195 meters.

The 1500 years that separate the martial event from the sport one do not change the sense of the physical act: fixing a geometric distance which, contemporary, gives the measure to a time and a space. And, so, the pure geometry that fixes a line from one point to another can transform itself into poetry, contained in the tale of heroic deeds.

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cities and protest: Où vas-tu repousser tes nouveaux murs d’enceinte?

Noir Désir and Brigitte Fontaine, L’Europe, Des Visages des Figures, 11 settembre 2001

Les sangliers sont lachés.
Je répète :
les sangliers sont lachés.

Les petits patrons font les grandes rivières de diamant.
Deux fois.

Les roses de l’Europe sont le festin de Satan.
Je répète :
les roses de l’Europe sont le festin de Satan.

Nous travaillons actuellement pour l’Europe.
Nous travaillons actuellement pour l’Europe.
Nous travaillons actuellement pour l’Europe.
Nous travaillons actuellement pour l’Europe.
Voire pour le monde.

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specie di libri #17: Mollino, Vadacchino

I vincoli materiali che condizionano la comunicazione al prossimo di quell’opera d’arte che è il tale canto, e sia pure l’”Infinito”, non hanno la drammatica imponenza di quelli che hanno preoccupato il “maestro d’opera” per fare esistere e  acrobaticamente rimanere in piedi i cinquanta metri d’aria della più audace delle architetture gotiche.

Nel costringere in quindici versi l’anelito a intendere i sovrumani silenzi e le morte stagioni, nel dire la impossibilità a pensarle e l’abbandono nell’immensità del mondo placato in dolce rassegnazione, Leopardi non rivela e tanto meno esprime l’operazione tecnica che condiziona l’esistenza materiale dell’”Infinito”.

Nei cinquanta metri in chiave della nave di Beauveais sentiamo invece il dramma della sua esistenza materiale e lo riviviamo sempre presente come fatto estetico essenziale del mondo espresso dal suo autore. Questo dramma tecnico che qui ci traghetta nel mondo della poesia per mezzo di “associazioni” non puramente visive, non potremo invece invocarlo per accostarci esteticamente all’architettura della Rinascenza.

Ogni architettura quindi per essere intesa va letta nella sua lingua. E le lingue possono essere infinite. 

Carlo Mollino, Franco Vadacchino, Architettura. Arte e tecnica, 1948

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specie di libri #16: Louise Bourgeois (by Chiara Quinzii)

La raccolta di scritti di Louise Bourgeois Distruzione del padre ricostruzione del padre, a cura di Marie-Laure Bernard e Hans-Ulrich Obrist , edito da Quodlibet,  ci racconta di come trasformare la vita in arte, di come spesso l’arte diventa vita. E’ come leggere il diario segreto di una donna che è prima diventata adulta, poi si è innamorata, si è sposata, è emigrata, ha avuto faticosamente dei figli ed è diventata serenamente vecchia. Una vita che è iniziata a stento e il cui inizio ha segnato la sua esistenza, il rapporto con il padre (da cui il titolo), con l’istitutrice – amante del padre – e la figura della madre, grande protagonista nelle sue opere nella sua figura di tessitrice e donna paziente.

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churchology #2: Sint Benedictusberg Abbey, Lemiers

take a look on The ArchHive

Scandendo lo spazio

L’abbazia di San Benedetto, progettata dal monaco-architetto Hans van der Laan tra il 1956 e il 1986, si costruisce attraverso dimensioni rigide, tracciati impalpabili eppure fortissimi, che non lasciano respiro; pare uno spazio ostile, al limite del paradosso, un gioco rinascimentale esasperato, nel quale l’uomo non è più misura dell’universo, ma si deve adattare ad una griglia feroce, che non gli permette di trovare rifugio nel non finito, nei fertili errori dettati dalla casualità delle forme.

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cities and water (goodbye r.e.m.)



Nightswimming deserves a quiet night
The photograph on the dashboard, taken years ago,
Turned around backwards so the windshield shows
Every streetlight reveals the picture in reverse
Still, it’s so much clearer
I forgot my shirt at the water’s edge
The moon is low tonight

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Measure, enlarge, unify: Spanish landscapes

text published on Dlle, n.2, 2010 – Spain Landscape 2010 – Urban Hybrids – Evolution in Regeneration

testo italiano su Arch’it

- Mire vuestra merced – respondiò Sancho – que aquellos que allì se parecen no son gigantes, sino molinos de viento, y lo que en ellos parecen brazos son las aspas, que, volteadas del viento, hacen andar la piedra del molino.-

(- Look, your worship; – said Sancho – what we see there are not  giants but windmills, and what seem to be their arms are the sails that  when turned by the wind make the millstones go. -)

Miguel de Cervantes Saavedra, El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, 1605.

Windmills, Castilla La Mancha, Spain, photo by chiara quinzii

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Sindrome libeskindiana #2: perchè fare architettura è difficile.

Perchè riteniamo la Apple innovativa?

Perchè il progetto degli oggetti della Apple è innovativo?

Perchè un’azienda che riteniamo innovativa commissiona un progetto al più blando degli architetti?

Perchè ne esce un progetto così reazionario?

architecture from nowhere #1

Curiously, one of the most exciting architecture in the world (a sort of heavy drugged Gaudi’s work) is not designed by an architect.

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specie di libri #15 (for dummies): Architecture for beginners

Louis Hellman è, da circa quarant’anni, il cartoonist della rivista britannica The Architects’ Journal and Building Design, per la quale disegna periodicamente vignette che commentano fatti salienti del mondo che ruota attorno all’architettura, con un’ironia amara che traspare in ogni singolo disegno.

Nel 1988, per la casa editrice Writers and Readers Ltd, Hellman pubblica Architecture for beginners, una corposa, ma contemporaneamente sintetica, storia dell’architettura, che parte dalla Preistoria per raggiungere la metà degli anni 80 del 1900.

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specie di libri #14: AS in DS

Alison and Peter Smithson drove four Citroëns: a Citroën ID, a Citroën DS, a Citroën ID Break and a Citroën CX.

C’è qualcosa di conflittuale nel rapporto fra architettura e auto, che parte forse da una specie di dicotomia fra le rispettive definizioni: immobile e mobile.

In qualche maniera edifici e veicoli hanno cercato, rispettivamente, di rubare peculiarità l’una all’altra: l’architettura con l’utopia del movimento, le città con ruote degli Archigram, la possibilità di ridurre le dimensioni al minimo per permettere il trasporto, fino ai movimenti parziali, come quelli dei primi edifici di Calatrava; l’auto con la ricerca di un comfort estremo, che sempre più trasforma un mezzo di locomozione in una sorta di salotto con ruote, nel quale sia piacevole passare del tempo, attraverso tecnologie che spesso sono una derivazione diretta di quelle usate nelle abitazioni (dallo stereo alle applicazioni web).

E’ significativo, in questo senso, che buona parte delle pubblicità per automobili che passano sui media di comunicazione presentino il veicolo sullo sfondo, mobile o statico, di un edificio. E, ancora più significativo, le architetture di accompagnamento sono in generale opere contemporanee, non estreme, ma sicuramente lontane anni luce da quelle presentate nelle pubblicità di residenza (anch’esse tipiche nel loro essere banali, a-spaziali, finto antiche).

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details #4: la storia di un innesto

Poi, ogni tanto, due travi si devono penetrare e diventa un problema puramente geometrico.

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La pianta è la generatrice. Forse.

La pianta è la generatrice.

Senza la pianta c’e disordine, arbitrio.

Nella pianta è già compreso il principio della sensazione.

I grandi problemi di domani, dettati da necessità collettive, ripropongono il problema del piano.

La vita moderna chiede, attende un piano nuovo, per la casa e la città.

Le Corbusier, Verso una architettura, 1923.

Ma anche Le Corbusier, ogni tanto, si sbagliava.

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A journey in the shadow

text published on C3 Magazine, n.316

versione italiana

LSD, black. 

Benjamin L. Willard sails, with his four companions, along the Nung River toward Cambodia – a slow journey, unsustainable, which throws the spectator to the claustrophobic anxiety of the wet dark of the jungle; a devastating journey, an LSD hallucination on the contrary, in which all colors are replaced by the lack of them.

It is 1979 and Francis Ford Coppola, with the movie Apocalypse Now, pours into the film the worries of a harassing search, set in a place and time where pure madness is the norm and the unfolding events are altered by the perceptions affected by the fanaticism and mental disorder that destroy the young soldiers.

And so Willard sails, trying desperately to find Colonel Kurt, not only physically, but also and above all, mentally – to grasp its essence, its soul. He will find him at the point where the madness is at its peak, with no face, a black oval that shows only one ear, a jaw, and then complete darkness.

Along the river, before the encounter, the boat that brings the soldiers into the unknown lands in a surreal place, a sort of a little Las Vegas thrown into the Vietnamese jungle. It is an island, bordered by a row of bulbs surrounding a large stage. On one side of this, a huge crowd harbors hundreds of celebrating soldiers, in spasmodic waiting for the helicopter that will take them three Playmates taught to improvise a dance.

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details #3: quando ha inizio?

qualche volta, inizia con una piccola struttura.

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specie di libri #13: Plants & Architectures

Alla Biennale di Architettura di Venezia del 2008, il padiglione giapponese è servito da sfondo ai minuti disegni di Junia Ishigami, che hanno ricoperto totalmente le pareti bianche dell’edificio, dando vita a un mondo poetico di incredibile complessità.

Un estratto di quei disegni si può trovare in un altrettanto minuscolo libro, intitolato Plants & Architectures, stampato da Kano Printing e uscito in concomitanza con l’apertura della Biennale.

Il tema principale, come da titolo, è il rapporto instaurato tra specie vegetali e architettura, un rapporto rivisto sotto una luce nuova, che pone gli elementi verdi allo stesso livello fisico di tutti gli altri elementi -statici, funzionali, materiali- che compongono l’architettura.

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specie di libri #12: Bildbauten

Philipp Schaerer, nel suo libro Bildbauten, edito da Standpunkte, del 2010, ci accompagna in un breve viaggio attraverso delle immagini di piccole architetture, ritratte semplicemente attraverso un singolo prospetto.

Pare un catalogo, più o meno ragionato, di case singole, ritrovate chissà come in un mondo fantastico, che mostra, però, un indescrivibile senso di estraneità. Non ci sono persone, in questi ritratti edilizi. Non ci sono ombre. E le forme di queste strane architetture mostra una genesi comune, l’approccio di un medesimo progettista. I prospetti stessi sono ambigui, con la quasi totale assenza di aperture o di bucature, con materiali, in alcuni casi, difficilmente definibili.

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cities and snow


Robert Walser, 25121956

A few light taps upon the pane made him turn to the window. It had begun to snow again. He watched sleepily the flakes, silver and dark, falling obliquely against the lamplight. The time had come for him to set out on his journey westward. Yes, the newspaper were right: snow was general all over Ireland. It was falling on every part of the central plain, on the treeless hills, falling softly upon the bog of Allen and, farther westward, softly falling into the dark mutinous Shannon waves. It was falling, too, upon every part of the lonely churchyard on the hill where Michael Furey lay buried. It lay thickly drifted on the crooked crosses and headstones, on the spears of the little gate, on the barren thorns. His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

James Joyce, Dubliners, The dead, 1914

conferenza #1: la casa è un app per abitare?

Nel 1946 Carlo Mollino pubblica un saggio in tre puntate sulla rivista Agorà, intitolato Vedere l’architettura, nel quale si pone una domanda fondativa: dove sta la realtà unica dell’architettura, da dove nasce?

L’architetto torinese risponde a questa domanda trascinando l’architettura nel solco dell’arte, imponendo una critica che non può considerare lo spazio come un linguaggio a se stante. In questo senso Mollino fa un parallelo fra architettura e poesia, chiedendo al lettore di seguirmi [...] senza pensare a forma e contenuto, ma solo a quel complesso di pietra, materia, suoni o parole, che è mezzo di comunicazione sensibile, voluto o casuale, dell’artista o di chi “tratta” con il prossimo.

[...] I suoi confini (dell’architettura), come abbiamo visto per la poesia, sono indefiniti: a un estremo vi può essere una pittura o una scultura di ritmi cromatici o formali, all’opposto limite, se pur v’è un limite, una struttura abitabile e staticamente impeccabile, un organismo tecnicamente risolto e insieme espressione poetica di questa sua vita e funzione. La famosa definizione dell’architettura, “musica pietrificata”, è altrettanto valida dell’altra non meno celebre di “macchina per abitare”.

Il saggio di Mollino è illuminante, indipendentemente dall’essere d’accordo o meno sulla tesi del saggio, sotto due aspetti: il paragonare l’architettura alla poesia, all’atto dello scrivere; il rilevare l’affermazione macchinica dello spazio come una definizione ormai storicizzata e quindi, in un dato momento, valida.

Scrivere è oggi, una delle attività maggiormente influenzate da quella rivoluzione digitale che, a partire dagli anni 90 del 1900, ha investito la cultura internazionale attraverso una nuova forma di comunicazione: l’ipertesto, una connessione continua di rimandi multi-mediali, che ha arricchito la scrittura di una complessità formidabile.

Se lo scrivere, il linguaggio e la poesia hanno subìto una così radicale trasformazione, cosa è successo all’architettura? E’ possibile pensare che, parallelamente, sia anch’essa mutata a causa dell’avvento di questa cultura “virtuale”? Lo spazio architettonico è riuscito a definire il corrispettivo dell’ipertesto?

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specie di libri #11: un commento, passato, all’expo


La Nonna non aveva la minima fiducia nell’Esposizione che era stata annunziata. L’altra, quella dell’82, era servita soltanto a danneggiare i piccoli commercianti, a far spendere soldi in malo modo ai gonzi. Di tanta caciara, di tanto trambusto e di tanto sbruffo, nulla era rimasto, se non due o tre terreni in abbandono, e certi troiai di calcinacci, che a vent’anni di distanza non c’era ancora un cane che se la sentisse di prelevarli…

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specie di libri #10: Christopher Orr

Fino al 29 Gennaio 2011, alla Galleria Hauser & Wirth di Zurigo, si tiene una personale dell’artista scozzese Christopher Orr.

Grandi muri grigi, nei quali navigano piccoli quadri dipinti con tinte scure, verdi, ocra.

Orr ci invita ad entrare, a causa delle modestissime dimensioni delle opere che obbligano ad avvicinarsi fino a sfiorare i quadri, all’interno di mondi inquietanti nella loro apparente serenità. Come fuoriusciti da un tempo e uno spazio che, forse, non esistono più, o che, meglio, non sono mai esistiti, piccoli universi punteggiano le pareti della galleria, richiami verso un’esistenza diversa dalla realtà circostante.

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Additions and Insertions

text published on C3 Magazine, n.315

versione italiana

We are adding

Soon, upon the demand of the readership — which was everyone, Uprighter and Sloucher alike — The Book of Antecedents included a biennial census, with every name of every citizen and a brief chronicle of his or her life (women were included after the synagogue split), summaries of even less notable events, and commentaries on what the Venerable Rabbi had called LIFE, AND THE LIFE OF LIFE, which included definitions, parables, various rules and regulations for righteous living, and cute, if meaningless, sayings. The later editions, now taking up an entire shelf, became yet more detailed, as citizens contributed family records, portraits, important documents, and personal journals, until any schoolboy could easily find out what his grandfather ate for breakfast on a given Thursday fifty years before, or what his great-aunt did when the rain fell without lull for five months. The Book of Antecedents, once updated yearly, was now continually updated, and when there was nothing to report, the full-time committee would report its reporting, just to keep the book moving, expanding, becoming more like life: We are writing…We are writing…We are writing . . .

Jonathan Safran Foer, Everything is illuminated, 2002

It’s not a coincidence if someone built a chapel on the ruins of a temple to Hercules. And it is not by chance that it is dedicated to the Holy Power. Because, perhaps unconsciously, perhaps with an enlightened vision of the future, this small church will have to withstand the city’s urban growth.

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