l’architettura immaginata

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Month: March, 2011

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specie di libri #8: bruno zevi, storia e controstoria dell’architettura in italia

 

A 11 anni dalla sua morte, si parla spesso di Bruno Zevi con una sufficienza che è probabilmente figlia delle ultime valutazioni del critico prima della scomparsa: il suo giudizio estremamente positivo sul lavoro, per esempio, di Gerhy, o di Libeskind, si infrange sulla produzione architettonica di questi architetti negli ultimi anni, non all’altezza di quanto si sarebbe potuto immaginare dalle prime opere. Quella che per Zevi era la liberazione finale dello spazio, il raggiungimento di un nuovo grado zero nell’architettura, finalmente svincolato dal tanto odiato Post Modern, si è rivelata, poi, una tendenza altrettanto dannosa, un brand fatto di deformazioni, blob, linee spezzate senza alcuna ragione spaziale.

 

Eppure, rileggendo l’ultimo libro di Zevi, Storia e Controstoria dell’architettura in Italia, pubblicato nel 1997, questa sufficienza si dilegua immediatamente e si riconosce, nel critico, una abnegazione, una passione, un coraggio che oggi è molto difficile trovare, nel campo della critica e della storiografia d’architettura.

L’elemento più affascinante in questa storia zeviana è proprio l’impegno profuso dal critico nel dare dei giudizi di valore a quasi 3000 anni di storia dell’architettura italiana, trattando gli edifici come pari, senza farsi influenzare dall’importanza storica degli stessi, ma, appunto, con una passione così forte da trasparire in ogni pagina del libro.

Succede così di vedere elenchi che paiono arbitrari, come nel caso dei templi greci, che vengono descritti come di nessun interesse spaziale (a parte il tempio di Paestum). Oppure, si può leggere la descrizione di Roma come una non-capitale, un borgo papale ingigantito. O, ancora, scorrere un elenco scarno di architetti-poeti, creatori di linguaggi architettonici (solo sette!) e di letterati prestigiosi, ma di secondo piano rispetto ai primi (Di Giorgio, Peruzzi, Terragni, Scarpa, tra gli altri), per tacere degli esclusi (Leonardo, Bramante, Bernini, Alberti, i Sangallo, per citare solo alcuni).

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cities and woods: The Beatles, Norwegian Wood

I once had a girl,
or should I say,
she once had me.

She showed me her room,
isn’t it good,
Norwegian wood?

She asked me to stay and she told me to sit anywhere,
So I looked around and I noticed there wasn’t a chair.

I sat on a rug,
biding my time,
drinking her wine.

We talked until two,
and then she said,
“It’s time for bed.”

She told me she worked in the morning and started to laugh.
I told her I didn’t and crawled off to sleep in the bath.

And when I awoke
I was alone,
this bird had flown.

So I lit a fire,
isn’t it good,
Norwegian wood?

churchology #1: jerusalem church, bruges

A new web-space on The ArchHive!

 

specie di libri #7: arcangelo sassolino

Se il lavoro di Eduardo Chillida è totalmente teso alla definizione di spazio, di vuoto, ricavato dalla sottrazione di materiale, le sculture di Arcangelo Sassolino mostrano un tentativo di opporsi al materiale stesso. Per fare questo l’artista costruisce dei meccanismi di stress potenti che distruggono la materia, attraverso colpi, lacerazioni, strappi.

Il lavoro di Sassolino è una spasmodica ricerca di trovare un limite, un confine entro il quale la materia crea lo spazio. E, una volta trovato, questo limite viene distrutto per essere superato, per innestare la fuoriuscita dello spazio stesso.

Tutto ciò che normalmente dà vita all’architettura – il legno, il calcestruzzo, il vetro, la plastica- viene sistematicamente “offeso”, come se dalle ferite dovute ai colpi i materiali prendessero vita, come corpi non più inanimati, avvicinandosi ad una condizione quasi umana. Ciò riesce a costruire un’empatia profonda con l’oggetto, come se le ferite favorissero un dialogo tra l’opera e lo spettatore.

Alla Fondazione Pomodoro, a Milano, nella mostra La scultura italiana del XXI secolo, Sassolino espone l’opera Piccolo Animismo, del 2009, nella quale una grande tanica di Pvc bianco viene ritmicamente insufflata d’aria e poi svuotata. Rumori sinistri ci attraggono e, quindi, un profondo respiro e, ancora, spazio, che si contrae e si espande, modificando tutto l’ambiente circostante, che si muove al ritmo di questo respiro, artificiale, eppure umanissimo. La tanica, infatti, è lacerata, a causa della continua espansione e contrazione, e geme, con forza, prendendo vita e riverberando il proprio dolore a tutto lo spazio che la circonda.

Il libro Arcangelo Sassolino, curato Jasper Sharp ed edito da Jrp/Ringier, del 2009, mostra un catalogo di distruzioni, abrasioni e violenze ai danni di pavimenti, travi, pareti, oggetti. E’ una lista di potenzialità, in realtà: è il racconto brutale di spazio teso allo spasimo, fino alla sua ultima, e paradossalmente vivente, dipartita.

Sindrome libeskindiana #1

“C’era una volta, uno studio di architettura superlativo.

Poi, chissà da dove, cadde una sfera d’acciao a New York. E poi, ancora, un intero grattacielo. Con dei fantastici interni!

Rimase un unico dubbio: chi commissionò questo tremendo video? Herzog and De Meuron? o una qualche, terribile, agenzia immobiliare?”

Parlamento scozzese, Edimburgo. Enric Miralles, Benedetta Tagliabue

http://www.gizmoweb.org/2011/03/enric-miralles-benedetta-tagliabue-nuovo-parlamento-scozzese-edimburgo-2004/

To empty. Social housing in Monte Hacho

text published on C3 Magazine, n.310

versione italiana

 

The Tower of St. Pancrazio in Cagliari, designed by Giovanni Capula in 1305, soars 36 feet from the street level, dialoguing with the nearby Tower of the Elephant. The city, which is built against remarkable backdrops, finds a spatial foothold between the two towers, establishing two points within the city around which the urban can develop itself horizontally.

The Tower of St. Pancrazio proposes its actual modernity thanks to an amazing building system, consisting of two materials―limestone and wood―that form a continuous system of oppositions. The stone, with its massive static, defines a box C-shape within which it builds a construction made of light wood floors embedded in the C itself. The stone, despite its heaviness, is clear in color, almost white; the wood, in contrast, is dark, gloomy. Climbing the tower involves a dizzying ride, with wooden floors that seem to fly above the city, projecting the appearance of evanescent solidity that is almost removed by the strong stone perimeter.

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specie di libri #6: morte a credito / viaggio al termine della notte, louis-ferdinand céline

 

Sono passati settantaquattro anni dalla prima pubblicazione, parziale e censurata, di Morte a credito, scritto da Louis-Ferdinand Céline, nel 1936. Settantaquattro anni non sono riusciti a smorzare la violenza del linguaggio dello scrittore francese.

Ogni riga del romanzo trasuda di un sentimento di disgusto, qualcosa che vuole dimostrare la ripugnanza della condizione umana. Non c’è vita, amore, studio, dialogo, sesso, che non sia trattato alla stregua di una funzione corporale nella sua bassezza più fastidiosa e umorale.

Come quattro anni prima, con Viaggio al termine della notte, ma con una crudezza ancora maggiore, senza freni o inibizioni, Céline ci racconta un mondo che risulta difficilmente comprensibile, proprio per la mancanza di un qualsiasi appiglio ad una condizione umana dignitosa, a qualcosa che si avvicini al giusto, al nobile, al bello.

Morte a credito non apre ad alcun tipo di speranza: il protagonista del romanzo, Ferdinand, si muove in una realtà di pura repulsione, almeno per il lettore, abituato ai comfort mentali del mondo contemporaneo, alle aspirazioni verso qualcosa di elevato.

 

Eppure, il fascino di questo libro rimane intatto: il mondo corrotto, sporco, maleodorante che Céline ci getta in faccia senza alcuno scrupolo, è un mondo vivo, che costruisce uno spazio denso, complesso, disordinato. E’ un universo che non bisogna dimenticare, che ci aiuta a non seguire una deriva opposta, estetizzante, dove tutto è bello, corretto, calibrato.

Lo scrittore ci tiene fermi e saldi a terra, nei bassifondi, nei bui Passages parigini, umidi d’urina, saturi di gas, dove dormire, mangiare, lavorare, giocare avviene in un unico spazio, forse caotico ma vitale.

Tenendo bene a mente questa lezione, progettare un luogo significa allora non dimenticare che il mondo non è un territorio ideale, ma bensì fisico, che ha a che fare con l’uomo, uomo che può essere, a volte, cattivo, sporco, senza speranza.

 

speciedilibri@gmail.com

 

Nel che sta l’architettura. (Ponti su Le Corbusier)

Le Corbusier ha invece situato tutto ciò in un complesso unitario completo, con una unità-semplicità straordinaria di strutture e di impianti, in una realizzazione che ha – come mi compiaccio sempre di dire – la forma della sua sostanza. Nel che sta l’architettura.

Gio Ponti, Le Corbusier a Marsiglia, in Domus 242, gennaio 1950

tratto da

Domusweb

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