l’architettura immaginata

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Month: May, 2011

specie di libri #12: Bildbauten

Philipp Schaerer, nel suo libro Bildbauten, edito da Standpunkte, del 2010, ci accompagna in un breve viaggio attraverso delle immagini di piccole architetture, ritratte semplicemente attraverso un singolo prospetto.

Pare un catalogo, più o meno ragionato, di case singole, ritrovate chissà come in un mondo fantastico, che mostra, però, un indescrivibile senso di estraneità. Non ci sono persone, in questi ritratti edilizi. Non ci sono ombre. E le forme di queste strane architetture mostra una genesi comune, l’approccio di un medesimo progettista. I prospetti stessi sono ambigui, con la quasi totale assenza di aperture o di bucature, con materiali, in alcuni casi, difficilmente definibili.

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cities and snow


Robert Walser, 25121956

A few light taps upon the pane made him turn to the window. It had begun to snow again. He watched sleepily the flakes, silver and dark, falling obliquely against the lamplight. The time had come for him to set out on his journey westward. Yes, the newspaper were right: snow was general all over Ireland. It was falling on every part of the central plain, on the treeless hills, falling softly upon the bog of Allen and, farther westward, softly falling into the dark mutinous Shannon waves. It was falling, too, upon every part of the lonely churchyard on the hill where Michael Furey lay buried. It lay thickly drifted on the crooked crosses and headstones, on the spears of the little gate, on the barren thorns. His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

James Joyce, Dubliners, The dead, 1914

conferenza #1: la casa è un app per abitare?

Nel 1946 Carlo Mollino pubblica un saggio in tre puntate sulla rivista Agorà, intitolato Vedere l’architettura, nel quale si pone una domanda fondativa: dove sta la realtà unica dell’architettura, da dove nasce?

L’architetto torinese risponde a questa domanda trascinando l’architettura nel solco dell’arte, imponendo una critica che non può considerare lo spazio come un linguaggio a se stante. In questo senso Mollino fa un parallelo fra architettura e poesia, chiedendo al lettore di seguirmi [...] senza pensare a forma e contenuto, ma solo a quel complesso di pietra, materia, suoni o parole, che è mezzo di comunicazione sensibile, voluto o casuale, dell’artista o di chi “tratta” con il prossimo.

[...] I suoi confini (dell’architettura), come abbiamo visto per la poesia, sono indefiniti: a un estremo vi può essere una pittura o una scultura di ritmi cromatici o formali, all’opposto limite, se pur v’è un limite, una struttura abitabile e staticamente impeccabile, un organismo tecnicamente risolto e insieme espressione poetica di questa sua vita e funzione. La famosa definizione dell’architettura, “musica pietrificata”, è altrettanto valida dell’altra non meno celebre di “macchina per abitare”.

Il saggio di Mollino è illuminante, indipendentemente dall’essere d’accordo o meno sulla tesi del saggio, sotto due aspetti: il paragonare l’architettura alla poesia, all’atto dello scrivere; il rilevare l’affermazione macchinica dello spazio come una definizione ormai storicizzata e quindi, in un dato momento, valida.

Scrivere è oggi, una delle attività maggiormente influenzate da quella rivoluzione digitale che, a partire dagli anni 90 del 1900, ha investito la cultura internazionale attraverso una nuova forma di comunicazione: l’ipertesto, una connessione continua di rimandi multi-mediali, che ha arricchito la scrittura di una complessità formidabile.

Se lo scrivere, il linguaggio e la poesia hanno subìto una così radicale trasformazione, cosa è successo all’architettura? E’ possibile pensare che, parallelamente, sia anch’essa mutata a causa dell’avvento di questa cultura “virtuale”? Lo spazio architettonico è riuscito a definire il corrispettivo dell’ipertesto?

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specie di libri #11: un commento, passato, all’expo


La Nonna non aveva la minima fiducia nell’Esposizione che era stata annunziata. L’altra, quella dell’82, era servita soltanto a danneggiare i piccoli commercianti, a far spendere soldi in malo modo ai gonzi. Di tanta caciara, di tanto trambusto e di tanto sbruffo, nulla era rimasto, se non due o tre terreni in abbandono, e certi troiai di calcinacci, che a vent’anni di distanza non c’era ancora un cane che se la sentisse di prelevarli…

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