conferenza #1: la casa è un app per abitare?
by diego terna
Nel 1946 Carlo Mollino pubblica un saggio in tre puntate sulla rivista Agorà, intitolato Vedere l’architettura, nel quale si pone una domanda fondativa: dove sta la realtà unica dell’architettura, da dove nasce?
L’architetto torinese risponde a questa domanda trascinando l’architettura nel solco dell’arte, imponendo una critica che non può considerare lo spazio come un linguaggio a se stante. In questo senso Mollino fa un parallelo fra architettura e poesia, chiedendo al lettore di seguirmi [...] senza pensare a forma e contenuto, ma solo a quel complesso di pietra, materia, suoni o parole, che è mezzo di comunicazione sensibile, voluto o casuale, dell’artista o di chi “tratta” con il prossimo.
[...] I suoi confini (dell’architettura), come abbiamo visto per la poesia, sono indefiniti: a un estremo vi può essere una pittura o una scultura di ritmi cromatici o formali, all’opposto limite, se pur v’è un limite, una struttura abitabile e staticamente impeccabile, un organismo tecnicamente risolto e insieme espressione poetica di questa sua vita e funzione. La famosa definizione dell’architettura, “musica pietrificata”, è altrettanto valida dell’altra non meno celebre di “macchina per abitare”.
Il saggio di Mollino è illuminante, indipendentemente dall’essere d’accordo o meno sulla tesi del saggio, sotto due aspetti: il paragonare l’architettura alla poesia, all’atto dello scrivere; il rilevare l’affermazione macchinica dello spazio come una definizione ormai storicizzata e quindi, in un dato momento, valida.
Scrivere è oggi, una delle attività maggiormente influenzate da quella rivoluzione digitale che, a partire dagli anni 90 del 1900, ha investito la cultura internazionale attraverso una nuova forma di comunicazione: l’ipertesto, una connessione continua di rimandi multi-mediali, che ha arricchito la scrittura di una complessità formidabile.
Se lo scrivere, il linguaggio e la poesia hanno subìto una così radicale trasformazione, cosa è successo all’architettura? E’ possibile pensare che, parallelamente, sia anch’essa mutata a causa dell’avvento di questa cultura “virtuale”? Lo spazio architettonico è riuscito a definire il corrispettivo dell’ipertesto?
La risposta più evidente a queste domande appare in realtà legata ad una apparenza formale: parallelamente a ciò che è definito virtuale (il web, per esempio) si sono, negli ultimi anni, imposti dei media digitali – cad, 3d, renderizzazioni – che hanno portato a un collezione di forme simbolo di queste nuove possibilità di disegno.
Ma lo spazio non appare risentire di ciò: in luogo di chiedersi cosa? ci si è chiesti come?
Lo scritto di Mollino e, soprattutto, la citazione della casa come macchina per abitare, ci riporta ad una riflessione più profonda, che prescinde dalle forme e ritorna al fondamento della nuova cultura: se, a partire dagli anni 20 del 1900, metabolizzato l’avvento delle macchine, ci si poteva chiedere se la casa fosse essa stessa una macchina, oggi, metabolizzata l’introduzione del web, e del web 2.0, possiamo domandarci se la casa sia un’app per abitare?
La conferenza che stiamo organizzando vorrebbe essere un breve discorso, tra i tanti che descrivono l’attualità, che prova a costruire una riflessione intorno all’architettura, e alla sua critica.
Per fare questo ripartiamo dal corpo, dal movimento delle persone entro un ambiente che è un esempio costruito di “spazio architettonico” (la ex Chiesa della Maddalena di Bergamo), allestito con opere di un artista che usava i sensi per dare un corpo alle proprie opere, Franco Normanni.
La conferenza sarà essa stessa luogo di iper-attività, dal fisico delle persone che parleranno, ai contributi scritti, filmati, registrati, spediti attraverso il web, per sfociare in una serie di commenti online che potranno susseguirsi durante e dopo la conferenza.
Dal vedere l’architettura, proveremo a immaginare l’architettura, a discutere di cosa sia successo e di cosa succederà allo spazio architettonico in un momento di cambiamenti che paiono inafferrabili.


C’è anche da considerare l’aspetto linguistico: in lingua inglese, ad esempio, il termine “application” (dal quale il contratto “app”) indica il programma di funzionamento e per estensione anche la macchina che lo esegue. Ogni costruzione ha un suo “sistema operativo” nativo, che può essere aggiornato o radicalmente cambiato in fase di ristrutturazione o recupero. Sempre che la macchina fosse fatta con qualità tale da durare nel tempo.
Trovo divertente pensare che le apps (dette “clients”) dei palmari agiscano sui nostri costumi costringendoci a scegliere con coscienza la qualità e la tipologia delle macchine che portiamo in tasca (“hosts”), prima che per il brand o lo stile associato al prodotto. Analogamente: la qualità e il successo di una costruzione dipende dalla aderenza alle funzioni per cui è stato studiato?
in effetti app individua più un software, mentre l’architettura è più “hardware”. forse le funzioni possono essere pensate come app, perchè alla fine danno connotazione di un ambiente e possono variare indipendentemente da edificio.
Spero proprio che riuscirai a fare lo streaming!