l’architettura immaginata

fitter happier and more productive

specie di libri #12: Bildbauten

Philipp Schaerer, nel suo libro Bildbauten, edito da Standpunkte, del 2010, ci accompagna in un breve viaggio attraverso delle immagini di piccole architetture, ritratte semplicemente attraverso un singolo prospetto.

Pare un catalogo, più o meno ragionato, di case singole, ritrovate chissà come in un mondo fantastico, che mostra, però, un indescrivibile senso di estraneità. Non ci sono persone, in questi ritratti edilizi. Non ci sono ombre. E le forme di queste strane architetture mostra una genesi comune, l’approccio di un medesimo progettista. I prospetti stessi sono ambigui, con la quasi totale assenza di aperture o di bucature, con materiali, in alcuni casi, difficilmente definibili.

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cities and snow


Robert Walser, 25121956

A few light taps upon the pane made him turn to the window. It had begun to snow again. He watched sleepily the flakes, silver and dark, falling obliquely against the lamplight. The time had come for him to set out on his journey westward. Yes, the newspaper were right: snow was general all over Ireland. It was falling on every part of the central plain, on the treeless hills, falling softly upon the bog of Allen and, farther westward, softly falling into the dark mutinous Shannon waves. It was falling, too, upon every part of the lonely churchyard on the hill where Michael Furey lay buried. It lay thickly drifted on the crooked crosses and headstones, on the spears of the little gate, on the barren thorns. His soul swooned slowly as he heard the snow falling faintly through the universe and faintly falling, like the descent of their last end, upon all the living and the dead.

James Joyce, Dubliners, The dead, 1914

conferenza #1: la casa è un app per abitare?

Nel 1946 Carlo Mollino pubblica un saggio in tre puntate sulla rivista Agorà, intitolato Vedere l’architettura, nel quale si pone una domanda fondativa: dove sta la realtà unica dell’architettura, da dove nasce?

L’architetto torinese risponde a questa domanda trascinando l’architettura nel solco dell’arte, imponendo una critica che non può considerare lo spazio come un linguaggio a se stante. In questo senso Mollino fa un parallelo fra architettura e poesia, chiedendo al lettore di seguirmi [...] senza pensare a forma e contenuto, ma solo a quel complesso di pietra, materia, suoni o parole, che è mezzo di comunicazione sensibile, voluto o casuale, dell’artista o di chi “tratta” con il prossimo.

[...] I suoi confini (dell’architettura), come abbiamo visto per la poesia, sono indefiniti: a un estremo vi può essere una pittura o una scultura di ritmi cromatici o formali, all’opposto limite, se pur v’è un limite, una struttura abitabile e staticamente impeccabile, un organismo tecnicamente risolto e insieme espressione poetica di questa sua vita e funzione. La famosa definizione dell’architettura, “musica pietrificata”, è altrettanto valida dell’altra non meno celebre di “macchina per abitare”.

Il saggio di Mollino è illuminante, indipendentemente dall’essere d’accordo o meno sulla tesi del saggio, sotto due aspetti: il paragonare l’architettura alla poesia, all’atto dello scrivere; il rilevare l’affermazione macchinica dello spazio come una definizione ormai storicizzata e quindi, in un dato momento, valida.

Scrivere è oggi, una delle attività maggiormente influenzate da quella rivoluzione digitale che, a partire dagli anni 90 del 1900, ha investito la cultura internazionale attraverso una nuova forma di comunicazione: l’ipertesto, una connessione continua di rimandi multi-mediali, che ha arricchito la scrittura di una complessità formidabile.

Se lo scrivere, il linguaggio e la poesia hanno subìto una così radicale trasformazione, cosa è successo all’architettura? E’ possibile pensare che, parallelamente, sia anch’essa mutata a causa dell’avvento di questa cultura “virtuale”? Lo spazio architettonico è riuscito a definire il corrispettivo dell’ipertesto?

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specie di libri #11: un commento, passato, all’expo


La Nonna non aveva la minima fiducia nell’Esposizione che era stata annunziata. L’altra, quella dell’82, era servita soltanto a danneggiare i piccoli commercianti, a far spendere soldi in malo modo ai gonzi. Di tanta caciara, di tanto trambusto e di tanto sbruffo, nulla era rimasto, se non due o tre terreni in abbandono, e certi troiai di calcinacci, che a vent’anni di distanza non c’era ancora un cane che se la sentisse di prelevarli…

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specie di libri #10: Christopher Orr

Fino al 29 Gennaio 2011, alla Galleria Hauser & Wirth di Zurigo, si tiene una personale dell’artista scozzese Christopher Orr.

Grandi muri grigi, nei quali navigano piccoli quadri dipinti con tinte scure, verdi, ocra.

Orr ci invita ad entrare, a causa delle modestissime dimensioni delle opere che obbligano ad avvicinarsi fino a sfiorare i quadri, all’interno di mondi inquietanti nella loro apparente serenità. Come fuoriusciti da un tempo e uno spazio che, forse, non esistono più, o che, meglio, non sono mai esistiti, piccoli universi punteggiano le pareti della galleria, richiami verso un’esistenza diversa dalla realtà circostante.

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Additions and Insertions

text published on C3 Magazine, n.315

versione italiana

We are adding

Soon, upon the demand of the readership — which was everyone, Uprighter and Sloucher alike — The Book of Antecedents included a biennial census, with every name of every citizen and a brief chronicle of his or her life (women were included after the synagogue split), summaries of even less notable events, and commentaries on what the Venerable Rabbi had called LIFE, AND THE LIFE OF LIFE, which included definitions, parables, various rules and regulations for righteous living, and cute, if meaningless, sayings. The later editions, now taking up an entire shelf, became yet more detailed, as citizens contributed family records, portraits, important documents, and personal journals, until any schoolboy could easily find out what his grandfather ate for breakfast on a given Thursday fifty years before, or what his great-aunt did when the rain fell without lull for five months. The Book of Antecedents, once updated yearly, was now continually updated, and when there was nothing to report, the full-time committee would report its reporting, just to keep the book moving, expanding, becoming more like life: We are writing…We are writing…We are writing . . .

Jonathan Safran Foer, Everything is illuminated, 2002

It’s not a coincidence if someone built a chapel on the ruins of a temple to Hercules. And it is not by chance that it is dedicated to the Holy Power. Because, perhaps unconsciously, perhaps with an enlightened vision of the future, this small church will have to withstand the city’s urban growth.

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Il design spiegato a me stesso #2

Ieri al Sole 24 Ore si mangiava bene.

Si beveva anche discretamente. C’era un passito molto dolce (Dolcedo, si chiamava, appunto) e dei cioccolatini deliziosi che poi sono arrivato a casa sfondato.

Mi sono appostato di fianco ai tavoli in maniera che all’apertura delle danze fossi in posizione corretta per riempirmi i micropiatti (li odio) all’inverosimile. A un certo punto la persona che serviva il prosciutto crudo lo tagliava come un muratore bergamasco taglia i tubi piombati col flessibile.

Ah, sì. C’era la mostra su Gio Ponti. L’ho persa, credo, a meno che quei 5-6 oggetti rinchiusi in teche-celle non costituissero il corpo della mostra.

E, poi, si doveva aspettare che finisse la conferenza prima di rubare un piccolo pezzo di focaccia…

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specie di libri #9: Villa Müller

 

L’esterno di Villa Müller è un volume severo, che si erge nel pieno di un distretto residenziale di Praga come una voce solitaria in un coro di numerose banalità. Un volume che pare non lasci spazio all’immaginazione, senza colore, di un ordine ferreo.

Avvicinandosi, l’ingresso ci fa capire, però, che qualcosa non quadra: il rivestimento in travertino dell’alto zoccolo si piega, deformandosi e trasformandosi in una panca, inquadrando una finestra e una porta. Il candore dell’esterno, rigido e squadrato, qui si inceppa, come mostrando un presagio di ciò che ancora deve apparire.

E così, varcando la soglia della casa, ci accoglie un’esplosione di colori, di texture, di materiali, che pare trattenuta a forza dal limite bianco dell’esterno, che riesce, nonostante lo sforzo, a non mostrare nulla del turbinio interno, lasciandolo nascosto, segreto.

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il design spiegato a me stesso

E’ primavera.

Lo so perchè una settimana fa ho tirato avanti di un’ora l’orologio.

Lo so perchè le giornate sembrano più lunghe e la pianta di peperoncino sul mio balcone è piena di piccole foglie di un irreale verde chiaro.

Poi, lo so, perchè si sente nell’aria l’odore dolce e alternativo del designer liberato: dopo un inverno passato nella fabbrica di Artemide, di Kartell, di Kvadrat, rinchiuso suo malgrado invece di socializzare a qualche festa, ora i nuovi oggetti sono pronti e necessitano della giusta pubblicità.

 

E’ primavera e a Milano significa una sola cosa: arriva, lungo e festaiolo, il Salone del Mobile.

Ecco, da qualche settimana non si può schivare: ogni sito che si rispetti presenta l’anteprima dell’anteprima della nuova libreria robot di Novembre, dell’orologio dei SANAA, dell’appendiabiti di non so chi. Bisogna stare attenti, perchè sono cose potenti, che ti urlano addosso tutto la loro, profonda, progettualità.

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some references #1

fitter

happier

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specie di libri #8: bruno zevi, storia e controstoria dell’architettura in italia

 

A 11 anni dalla sua morte, si parla spesso di Bruno Zevi con una sufficienza che è probabilmente figlia delle ultime valutazioni del critico prima della scomparsa: il suo giudizio estremamente positivo sul lavoro, per esempio, di Gerhy, o di Libeskind, si infrange sulla produzione architettonica di questi architetti negli ultimi anni, non all’altezza di quanto si sarebbe potuto immaginare dalle prime opere. Quella che per Zevi era la liberazione finale dello spazio, il raggiungimento di un nuovo grado zero nell’architettura, finalmente svincolato dal tanto odiato Post Modern, si è rivelata, poi, una tendenza altrettanto dannosa, un brand fatto di deformazioni, blob, linee spezzate senza alcuna ragione spaziale.

 

Eppure, rileggendo l’ultimo libro di Zevi, Storia e Controstoria dell’architettura in Italia, pubblicato nel 1997, questa sufficienza si dilegua immediatamente e si riconosce, nel critico, una abnegazione, una passione, un coraggio che oggi è molto difficile trovare, nel campo della critica e della storiografia d’architettura.

L’elemento più affascinante in questa storia zeviana è proprio l’impegno profuso dal critico nel dare dei giudizi di valore a quasi 3000 anni di storia dell’architettura italiana, trattando gli edifici come pari, senza farsi influenzare dall’importanza storica degli stessi, ma, appunto, con una passione così forte da trasparire in ogni pagina del libro.

Succede così di vedere elenchi che paiono arbitrari, come nel caso dei templi greci, che vengono descritti come di nessun interesse spaziale (a parte il tempio di Paestum). Oppure, si può leggere la descrizione di Roma come una non-capitale, un borgo papale ingigantito. O, ancora, scorrere un elenco scarno di architetti-poeti, creatori di linguaggi architettonici (solo sette!) e di letterati prestigiosi, ma di secondo piano rispetto ai primi (Di Giorgio, Peruzzi, Terragni, Scarpa, tra gli altri), per tacere degli esclusi (Leonardo, Bramante, Bernini, Alberti, i Sangallo, per citare solo alcuni).

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cities and woods: The Beatles, Norwegian Wood

I once had a girl,
or should I say,
she once had me.

She showed me her room,
isn’t it good,
Norwegian wood?

She asked me to stay and she told me to sit anywhere,
So I looked around and I noticed there wasn’t a chair.

I sat on a rug,
biding my time,
drinking her wine.

We talked until two,
and then she said,
“It’s time for bed.”

She told me she worked in the morning and started to laugh.
I told her I didn’t and crawled off to sleep in the bath.

And when I awoke
I was alone,
this bird had flown.

So I lit a fire,
isn’t it good,
Norwegian wood?

churchology #1: jerusalem church, bruges

A new web-space on The ArchHive!

 

specie di libri #7: arcangelo sassolino

Se il lavoro di Eduardo Chillida è totalmente teso alla definizione di spazio, di vuoto, ricavato dalla sottrazione di materiale, le sculture di Arcangelo Sassolino mostrano un tentativo di opporsi al materiale stesso. Per fare questo l’artista costruisce dei meccanismi di stress potenti che distruggono la materia, attraverso colpi, lacerazioni, strappi.

Il lavoro di Sassolino è una spasmodica ricerca di trovare un limite, un confine entro il quale la materia crea lo spazio. E, una volta trovato, questo limite viene distrutto per essere superato, per innestare la fuoriuscita dello spazio stesso.

Tutto ciò che normalmente dà vita all’architettura – il legno, il calcestruzzo, il vetro, la plastica- viene sistematicamente “offeso”, come se dalle ferite dovute ai colpi i materiali prendessero vita, come corpi non più inanimati, avvicinandosi ad una condizione quasi umana. Ciò riesce a costruire un’empatia profonda con l’oggetto, come se le ferite favorissero un dialogo tra l’opera e lo spettatore.

Alla Fondazione Pomodoro, a Milano, nella mostra La scultura italiana del XXI secolo, Sassolino espone l’opera Piccolo Animismo, del 2009, nella quale una grande tanica di Pvc bianco viene ritmicamente insufflata d’aria e poi svuotata. Rumori sinistri ci attraggono e, quindi, un profondo respiro e, ancora, spazio, che si contrae e si espande, modificando tutto l’ambiente circostante, che si muove al ritmo di questo respiro, artificiale, eppure umanissimo. La tanica, infatti, è lacerata, a causa della continua espansione e contrazione, e geme, con forza, prendendo vita e riverberando il proprio dolore a tutto lo spazio che la circonda.

Il libro Arcangelo Sassolino, curato Jasper Sharp ed edito da Jrp/Ringier, del 2009, mostra un catalogo di distruzioni, abrasioni e violenze ai danni di pavimenti, travi, pareti, oggetti. E’ una lista di potenzialità, in realtà: è il racconto brutale di spazio teso allo spasimo, fino alla sua ultima, e paradossalmente vivente, dipartita.

Sindrome libeskindiana #1

“C’era una volta, uno studio di architettura superlativo.

Poi, chissà da dove, cadde una sfera d’acciao a New York. E poi, ancora, un intero grattacielo. Con dei fantastici interni!

Rimase un unico dubbio: chi commissionò questo tremendo video? Herzog and De Meuron? o una qualche, terribile, agenzia immobiliare?”

Parlamento scozzese, Edimburgo. Enric Miralles, Benedetta Tagliabue

http://www.gizmoweb.org/2011/03/enric-miralles-benedetta-tagliabue-nuovo-parlamento-scozzese-edimburgo-2004/

To empty. Social housing in Monte Hacho

text published on C3 Magazine, n.310

versione italiana

 

The Tower of St. Pancrazio in Cagliari, designed by Giovanni Capula in 1305, soars 36 feet from the street level, dialoguing with the nearby Tower of the Elephant. The city, which is built against remarkable backdrops, finds a spatial foothold between the two towers, establishing two points within the city around which the urban can develop itself horizontally.

The Tower of St. Pancrazio proposes its actual modernity thanks to an amazing building system, consisting of two materials―limestone and wood―that form a continuous system of oppositions. The stone, with its massive static, defines a box C-shape within which it builds a construction made of light wood floors embedded in the C itself. The stone, despite its heaviness, is clear in color, almost white; the wood, in contrast, is dark, gloomy. Climbing the tower involves a dizzying ride, with wooden floors that seem to fly above the city, projecting the appearance of evanescent solidity that is almost removed by the strong stone perimeter.

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specie di libri #6: morte a credito / viaggio al termine della notte, louis-ferdinand céline

 

Sono passati settantaquattro anni dalla prima pubblicazione, parziale e censurata, di Morte a credito, scritto da Louis-Ferdinand Céline, nel 1936. Settantaquattro anni non sono riusciti a smorzare la violenza del linguaggio dello scrittore francese.

Ogni riga del romanzo trasuda di un sentimento di disgusto, qualcosa che vuole dimostrare la ripugnanza della condizione umana. Non c’è vita, amore, studio, dialogo, sesso, che non sia trattato alla stregua di una funzione corporale nella sua bassezza più fastidiosa e umorale.

Come quattro anni prima, con Viaggio al termine della notte, ma con una crudezza ancora maggiore, senza freni o inibizioni, Céline ci racconta un mondo che risulta difficilmente comprensibile, proprio per la mancanza di un qualsiasi appiglio ad una condizione umana dignitosa, a qualcosa che si avvicini al giusto, al nobile, al bello.

Morte a credito non apre ad alcun tipo di speranza: il protagonista del romanzo, Ferdinand, si muove in una realtà di pura repulsione, almeno per il lettore, abituato ai comfort mentali del mondo contemporaneo, alle aspirazioni verso qualcosa di elevato.

 

Eppure, il fascino di questo libro rimane intatto: il mondo corrotto, sporco, maleodorante che Céline ci getta in faccia senza alcuno scrupolo, è un mondo vivo, che costruisce uno spazio denso, complesso, disordinato. E’ un universo che non bisogna dimenticare, che ci aiuta a non seguire una deriva opposta, estetizzante, dove tutto è bello, corretto, calibrato.

Lo scrittore ci tiene fermi e saldi a terra, nei bassifondi, nei bui Passages parigini, umidi d’urina, saturi di gas, dove dormire, mangiare, lavorare, giocare avviene in un unico spazio, forse caotico ma vitale.

Tenendo bene a mente questa lezione, progettare un luogo significa allora non dimenticare che il mondo non è un territorio ideale, ma bensì fisico, che ha a che fare con l’uomo, uomo che può essere, a volte, cattivo, sporco, senza speranza.

 

speciedilibri@gmail.com

 

Nel che sta l’architettura. (Ponti su Le Corbusier)

Le Corbusier ha invece situato tutto ciò in un complesso unitario completo, con una unità-semplicità straordinaria di strutture e di impianti, in una realizzazione che ha – come mi compiaccio sempre di dire – la forma della sua sostanza. Nel che sta l’architettura.

Gio Ponti, Le Corbusier a Marsiglia, in Domus 242, gennaio 1950

tratto da

Domusweb

specie di libri #5: ogni cosa è illuminata, jonathan safran foer

In effetti la casa erano due case, che erano state collegate a livello del soffitto quando la rischiosa impresa dell’allevamento di trote del padre della sposa si era dimostrata particolarmente lucrativa. Era la casa più grande di Trachimbrod, ma anche la meno comoda, perché accadeva di dover salire e scendere le tre rampe di scale e attraversare dodici stanze per andare da una stanza all’altra. Ed era divisa secondo le funzioni: camere da letto, sala giochi dei bambini e biblioteca in una metà; cucina, sala da pranzo e studio-ritiro nell’altra. Le cantine – una delle quali ospitava la formidabile rastrelliera per vini di Menachem che, prometteva lui, un giorno si sarebbe riempita di vini non meno formidabili, l’altra adibita a tranquillo tinello dove la madre della sposa praticava il cucito – erano divise da una semplice parete di mattoni, ma, a ogni effetto pratico, distavano quattro minuti a piedi. La doppia casa disvelava ogni aspetto della nuova agiatezza dei padroni. C’era un terrazzo costruito a metà, che aggettava dal retro come una scheggia di cristallo. Pavimenti e soffitti erano uniti dai piloni marmorei di inutilizzate scale a chiocciola. Al primo e al secondo piano furono alzati i soffitti; di conseguenza le camere del terzo potevano essere abitate soltanto da bambini e nani. Tazze di porcellana furono installate nel gabinetto esterno al posto dei rialzi in mattoni senza sedile da cui defecavano tutti gli altri abitanti dello shtetl. Il giardino, benché fosse perfetto, fu sradicato e sostituito da un vialetto di ghiaia fiancheggiato da azalee potate troppo basse perché potessero fiorire. Ma la cosa di cui Menachem andava più fiero erano i ponteggi; simbolo di perenne cambiamento, di una crescita graduale e continua. Man mano che la costruzione procedeva, amava sempre più quello scheletro di travi e travicelli: lo amava più della casa stessa, e alla fine convinse un poco convinto architetto a includerlo nel progetto finale. Vi inclusero anche i muratori. Be’, non esattamente i muratori, ma alcuni attori locali pagati per figurare da muratori, per camminare sulle assi delle impalcature, piantare chiodi inutili in pleonastici muri, svellere chiodi, esaminare progetti di lavoro. (A loro volta i progetti venivano riprodotti in altri progetti, e in quei progetti c’erano progetti con progetti con progetti…) La soluzione di Menachem era questa: invece di comprare cose diverse, continuava a comprare le cose che già possedeva, come un uomo su un’isola deserta continua ad abbellire e a raccontare l’unica barzelletta che conosce. Sognava che la doppia casa fosse una specie di infinito, una perenne frazione di se stessa – a suggerire un pozzo di denaro senza fondo – qualcosa che si approssima sempre al completamento senza mai raggiungerlo.

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, 2002

speciedilibri@gmail.com

Remembrances

text published on C3 Magazine, n.310

versione italiana

Metaphors

Nature is a temple in which living pillars

Sometimes give voice to confused words;

Man passes there through forests of symbols

Which look at him with understanding eyes.

[…]

Charles Baudelaire, Correspondences, The Flowers Of Evil, 1857

When, in 1857, Baudelaire talks about correspondences, he describes a fictional universe that takes us into a well-known world that is yet new and mysterious. He does so by using rhetorical devices – metaphors – that somehow organize a sort of unedited remembrance for the reader. The power of metaphor, in fact, comes from the imaginary constructed in the mind of the reader, from its own personal feelings and its own personal memories. The world described by the writer doesn’t exist, but one who reads the poem probably has the feeling of being there, of having lived in the narrated place. From this point of view, perhaps, the rhetorical device used by Baudelaire defines itself through a life, a past, whose relationship with the text permits one to reconstruct the image provided by the poet, the other meanings that words alone cannot tell. A renewed past, therefore, links text and metaphor, and it matters little that the past exists or not.

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specie di libri #4: escritos, eduardo chillida

Ci sono dei momenti nei quali all’architettura viene chiesto di svolgere dei ruoli che non le sono propri e, nonostante un possibile scetticismo, è interessante notare come sia molto facile analizzarla sotto i più disparati aspetti: sociologico, semantico, tecnico, funzionale.
Sovente la critica ha spostato il bersaglio del proprio lavoro, scivolando attorno all’architettura senza coglierne l’essenza. Consciamente o meno, il giudizio su un edificio ha semplicemente finito per essere un’analisi che può prescindere facilmente dallo stesso.
Ciò è dovuto spesso al fatto che l’architettura non sia esperita dal vivo, ma venga studiata attraverso i set fotografici di centinaia di webzine e riviste, che riescono a cogliere solo alcuni aspetti di quello che realmente un’architettura è: un vuoto racchiuso entro dei limiti.

Eduardo Chillida dà dello spazio una definizione poetica: ocupar un lugar y no tener medida: ¿no serà esto el espacio? (occupare un luogo e non avere misura: non sarà questo lo spazio?).
Questa frase, raccolta in un libro intitolato Escritos, edito da La Fabrica, fa parte di una serie di riflessioni, aforismi, poesie, che lo scultore basco ha scritto durante il corso della vita.
Pur credendo nell’impossibilità di insegnare l’arte, tanto da rifiutare qualsiasi ruolo accademico, Chillida riesce, con poche frasi, spesso ripetute in forme diverse, ad addentrarsi in un territorio teorico di assoluta profondità, richiamando alla mente momenti di illuminanti epifanie, studiosi e artisti che ne hanno segnato la formazione, luoghi che hanno influenzato la sua arte.

Una lettura di questo tipo riesce a ricalibrare l’orizzonte critico dell’architettura. E’ vero: qui si parla di scultura, ma la sensibilità di Chillida nei confronti dello spazio è così forte da ricordarci continuamente l’obiettivo a cui puntare quando si progetta, e si critica, un’architettura. Si capisce, dunque, che la manipolazione del vuoto è un carattere che supera, per importanza, qualsiasi altro aspetto che caratterizzi un oggetto costruito.

speciedilibri@gmail.com

Frattali: sulla demolizione (o, sui maestri)

The march of preservation necessitates the development of a theory of its opposite: not what to keep, but what to give up, what to erase and abandon. A system of phased demolition, for instance, would drop the unconvincing pretence of permanence for contemporary architecture, built under different economic and material assumptions. It would reveal tabula rasa beneath the thinning crust of our civilization – ready for liberation just as we (in the West) had given up on the idea.

OMA, Cronocaos, Venice Biennale 2010, 29082010


[...] la necessità di avviare anche in Italia, grazie ad appositi sgravi fiscali, una politica mirata e chirurgica di demolizioni. Anche perché i pezzi da rottamare sul nostro territorio non sono solo nelle periferie degli anni 70, ma anche nei quartieri di villette in via di abbandono, nei centri commerciali in disuso, perfino in alcuni palazzi vuoti dei centri storici. Una politica di demolizioni selettive e di sostituzioni con nuove architetture di qualità aiuterebbe infatti le nostre città a crescere e migliorare senza più consumare nuovo suolo agricolo o naturale.

Stefano Boeri, Demolizioni, Corriere della Sera, 30082010


Oggi a Genova esiste la possibilità di demolire alcuni edifici. Attraverso le demolizioni è possibile rimodellare la città. E’ necessario immaginare un progetto che si assuma la responsabilità di eliminare ciò che intralcia e che si prenda la libertà di decidere come usare il vuoto che ne deriva. Individuiamo nell’1% la quantità di edifici che è possibile demolire e chiamiamo questo progetto GE -1%.

baukuh, Gosplan, OBR, Sp10, Una2, GE -1%, 30012011

specie di libri #3: playscape, iacovoni – rapp

L’architettura, quando viene raccontata, ha un problema di fondamentale importanza: non può essere portata ad esempio nella sua reale consistenza. Per poter essere spiegata, dunque, necessita di media di filtro che ne riescano ad estrarre l’essenza, portando a galla le caratteristiche più importanti dello spazio costruito. Le fotografie, i disegni, i render, i plastici si sono così evoluti: da mezzi di rappresentazione sono divenuti forme di rappresentanza, con un propria autonomia che spesso si slega dall’architettura. I disegni della giovane Zaha Hadid, per esempio, poco avevano a che fare con le architetture costruite delle quali fungevano da facenti veci. Eppure entrambe le realtà riuscivano a costruire dei mondi di assoluto interesse, nei quali il dialogo fra disegno e spazio non era solo un tentativo di ridurre su una superficie piana la complessità dell’architettura, ma bensì un ricco rimando di forme, idee, riferimenti.

Può succedere che il surrogato dell’architettura superi l’importanza della stessa: è quanto accaduto, e ancora accade, in Italia, dove il primato del disegno si accompagna alla misera condizione dello spazio costruito, con risultati sorprendenti: spesso l’architettura sembra il medium di rappresentazione, malriuscito, del disegno.

Ciò non toglie l’interesse all’indagine sulle maniere di presentazione dello spazio costruito.

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specie di libri #2: la torre di asian

 

C’è stato un momento nel quale Second Life pareva potesse essere un mondo credibile per la costruzione del proprio esistere alternativo: la nascita degli avatar virtuali, schematiche riproposizioni degli avatar nati dalla tradizione religiosa indiana, e la costruzione di spazi possibili, come le isole che componevano il mondo di Second Life, hanno trasformato questo aggregatore sociale in una fulminea macchina da guerra dell’universo web.
Eppure, rapidamente, il network ha perso appeal, a favore di forme più immediate di autocostruzione del proprio io virtuale: Facebook, ad esempio, è riuscito a dare vita ad un cosmo nel quale lentamente le persone riescono a modellare la propria apparenza verso gli altri e a costruire una personalità realmente alternativa, fatta di immagini selezionate, di ritratti corretti, di parole studiate. Il filtro costituito dal tempo necessario a scrivere un testo, a selezionare una fotografia, a leggere e commentare un’affermazione, trasforma il rapportarsi con le altre persone in una sorta di progettazione continua del proprio essere.

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Specie di libri 1#: Georges Perec, Specie di spazi

Il titolo della rubrica è preso dal famoso libro di George Perec, Specie di spazi, un piccolo omaggio ad un autore che ha cresciuto molti architetti, con questo scritto oltre che con La vita: istruzioni per l’uso.

L’uso di cataloghi, l’analisi degli spazi vissuti dall’uomo, dal letto fino alla città, passando per la camera e l’appartamento, le strabilianti invenzioni, come la stanza inutile (Non “senza funzione precisa”, ma precisamente senza funzione; non plurifunzionale (questo, lo sanno fare tutti), ma afunzionale.), fanno di questo libro un piccolo compendio di suggestioni spaziali. La rubrica, partendo da questo libro, vorrebbe costruire un ulteriore catalogo di mondi, una somma di luoghi che diano vita a nuove, e fertili, architetture.

Nuova rubrica su  PresS/Tletter, dedicata ai libri (in una accezione ampia che comprende romanzi, saggi, manifesti, fumetti, grafici, che trattino temi di architettura o no).Periodicamente è proposto uno scritto che racconti di suggestioni architettoniche. Saranno ben accetti consigli, suggerimenti, autopromozioni e stroncature (inviate a speciedilibri@gmail.com).

nice, nizza

nizza, 2009

a tribute to the atomium

Joost Swarte, Atomium: Belga ’58

cities and war (one day as a lion, fabrizio de andré)

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We float

text published on C3 Magazine, n.310



But now we float

Take life as it comes

PJ Harvey, We float, Stories from the City, Stories from the Sea, 2000

In some moments in the history of architecture, architects have felt the need to relate buildings to more dynamic forms of construction, often producing utopian projects. Among such projects are the Walking City by Archigram, or trenchant texts such as this which discuss one of the famous machines à habiter:

Anonymous engineers, mechanicals working between the forge and the grease of the factory, have designed and built formidable things such as steamers. We terrestrials are not able to appreciate, and it would be nice, to teach us to admire the works of the “regeneration” that we were given the opportunity to walk the miles corresponding to the visit of a steamer.

Le Corbusier, Towards an architecture, 1923.

More than a century earlier than Le Corbusier, in 1804, the French architect Claude Nicolas Ledoux published Architecture considérée sous le rapport de l’art, de moeurs et de la législation. This text contains 125 tables of drawings, to which others would be added when Daniel Ramée compiled his two-volume work about Ledoux in 1847.

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