l’architettura è un cristallo

by diego terna

http://www.presstletter.com/articolo.asp?articolo=780

1.il castello da un centesimo

Castel Del Monte è un’architettura sorprendente perché difficilmente definibile: è un’architettura, certo, ma dà l’impressione di essere una scultura. Poi, adagiata come dal nulla nel paesaggio, sembra in realtà che faccia parte di esso. Non sarebbe così stupefacente scoprire che la collina su cui sorge si sia trasformata, sulla sua cima, in un oggetto perfettamente squadrato.

Eppure il castello è frutto puro e semplice di una geometria ferrea, che non trova eguali in architettura, se non, forse, nei disegni utopici di Boullè.

Non è così generalmente: l’architettura, quando passa dal disegno alla costruzione spaziale, subisce una metamorfosi, come se, dovendosi adattare al territorio su cui sorge, si agitasse in minime contorsioni, che deformano le figure, rendendo sbilenche tutte le geometrie perfettamente tracciate sul disegno.

Eppure Castel Del Monte riesce a mantenersi coerentemente geometrico: gli ottagoni sono ottagoni, i tetti sono piani, le stanze interne si avvicendano con rigidissime alternanze pieni-vuoti.

Entrare in questa architettura significa sentire la fisicità di uno spazio che non può esistere ma che tuttavia dovrebbe essere usato didatticamente per chiunque voglia imparare a modificare lo spazio stesso. Perché questa architettura è un esempio astratto di vuoto, un compendio riassuntivo di come teoricamente si possa fare architettura.

E’ come prendere un libro di geometria, studiare la costruzione di un poligono regolare, di una spirale, di un solido complesso e poi alzare gli occhi e cercare nel mondo queste geometrie: sarà impossibile ritrovarle tali e quali; saranno sempre spurie, deformate, poco chiare.

Lo spazio di Castel Del Monte non esiste perché non è pensato per un uso: sarebbe come chiedersi l’utilità di un esagono regolare. Lo spazio del castello è un esempio didattico, applicativo: mostra il risultato spaziale a cui spesso l’architettura tende, ossia un astratto geometrico, ma che mai si raggiunge a causa delle esigenze funzionali, strutturali, topografiche che mutano l’edificio.

Castel Del Monte è una architettura progettata per un’ideale, il regno Federiciano, e come tale risulta un’utopia costruita.

2. fascismo a milano

1938, parziale demolizione del palazzo Castani in piazza San Sepolcro per costruire il palazzo del Fascio e la torre Littoria su progetto di Piero Portaluppi.

Anche Milano risulta, a volte, sorprendente. Lo è in quelle parti dove pare che le persone siano scomparse, dove il vuoto prende il sopravvento sul traffico perenne o dove, al contrario, sembra che la città sia costruita esclusivamente per mezzi a motore. La zona delle ex varesine, ad esempio, non contempla la presenza dell’uomo sprovvisto di mezzi meccanici. E’ un luogo eccezionale, enormemente vuoto, dove assaporare delle distanze che generalmente sono proibite nella città.

Un altro luogo unico, più modesto nelle sue dimensioni, ma dove ancora sembra proibita la presenza delle persone, è piazza San Sepolcro. Questo è spazio per l’architettura, nient’altro. Si fronteggiano edifici di carattere opposto, frutto di poderose aspirazioni umane: la chiesa, appunto di San Sepolcro, la biblioteca Ambrosiana, che la ingloba, e la torre Littoria di Portaluppi, che è un semplice prisma, forato in pochi e simbolici punti (il coronamento ad esempio).

Come Castel Del Monte, la torre è il risultato spaziale di un estremismo politico, da un lato la monarchia assoluta, dall’altro il fascismo, e quindi ancora si presenta come oggetto totalmente mentale, di una spazialità ferocemente astratta. La torre è completamente avulsa da ciò che la circonda. Entrare nella piazza, dove predominano le tinte scure del cotto, le imperfezioni dei mattoni, la loro accogliente scabrosità, e poi scoprire improvvisamente la torre littoria, significa subire di colpo l’invenzione di un mondo nuovo, glaciale, per questo forse affascinante.

L’architettura è tornata geometricamente essenziale, ancora ritroviamo uno spazio che prescinde dagli utilizzatori; uno spazio che ancora risulta inesistente, ma ancora possente nella sua astrattezza didascalica.

3. gio ponti scrive

“pensavo:

l’Architettura è un cristallo, l’Architettura pura è un cristallo; quando è pura, è pura come un cristallo, magica, chiusa, esclusiva, autonoma, incontaminata, incorrotta, assoluta, definitiva, come un cristallo. E’ cubo, è parallelepipedo, è piramide, è obelisco, è torre: forme chiuse e che stanno. Rifiuta le forme non finite: la sfera, forma infinita, non sarà mai un’architettura: rotola, non sta: né comincia né finisce. Architettura comincia e finisce”

Gio Ponti, Amate l’architettura, 1957

Visitare Castel Del Monte o la torre Littoria di San Sepolcro attraverso le parole di Ponti è un ottimo inizio per amare l’architettura. La loro rigorosità spaziale, così netta, così semplice, è quasi un conforto. In questo senso l’architettura, quando è un cristallo, è quanto di più vicino all’arte ci sia in termini spaziali.

Eppure esistono cristalli che non sono tali a livello geometrico, di forma, ma lo sono per la loro perfezione spaziale, per la loro esattezza rispetto al luogo in cui si trovano, rispetto alle esigenze funzionali a cui danno risoluzione.

Ponti parlava di un ideale, parlava di architettura pura, parlava di forme, parlava di compiutezza.

Ma lo spazio puro, cristallino, in questo senso non è. Inesistente, come a Castel Del Monte, come a San Sepolcro.

4. un romanzo temporaneamente intitolato con un quadrato, una centrale elettrica, un condominio giapponese

“riverrun, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs.

Sir Tristam, violer d’amores, fr’over the short sea, had passencore rearrived from North Armonica on this side the scraggy isthmus of Europe Minor to wielderfight his penisolate war: nor had topsawyer’s rocks by the stream Oconee exaggerated themselse to Laurenc County’s gorgios while they went doublin thei mumper all the time: nor avoice from afire bellowsed mishe mishe to tauftauf thuartpeatrick: not yet, thought all’s fair in vanessy, were sosie sesthers wroth with twone nathandjoe.”

James Joyce, Finnegans Wake H.C.E., 1939

Nella corrispondenza con gli amici, Joyce intitolava il suo lavoro con il disegno di un quadrato, forse ad indicare le quattro parti in cui il romanzo sarà diviso, o, magari, in un gesto di preveggenza. A conclusione del suo lavoro, infatti, Joyce raggiunse quello che si può definire come un romanzo definitivo: Finnegans Wake, un’opera che è poesia, musica, storia e filosofia, indistintamente. E il quadrato ci indica esattamente il carattere dell’opera: un perfetto cristallo, nonostante la sua palese anarchia letteraria ce lo presenti come quanto di più lontano ci si immagini per un cristallo. Ma la sua perfezione è in realtà così forte che mai nulla di superiore ad esso potrà essere scritto (almeno per quanto riguarda Joyce: “No. Sto rileggendo e rivedendo Finnegans Wake…aggiungo delle virgole”, scrive ad un amico che gli chiede se ha altri progetti in mente dopo la pubblicazione del libro).

Una perfezione all’apparenza imperfetta, quindi.

100 anni esatti, e 9700 chilometri in linea retta, separano la centrale Taccani di Trezzo sull’Adda dalla casa Moriyama, a Tokyo.

1906: entra in funzione la centrale Taccani, su progetto di Gaetano Moretti.

C’è qualcosa di speciale nel luogo dove sorge l’edificio. E’ un atmosfera, il sentire il lavoro delle persone che hanno completamente trasformato il cammino di un fiume, ma con una sintonia impressionante nei confronti del paesaggio circostante. La centrale sorge sulle rive dell’Adda, artificiale o naturale, non si può dire, come per Castel Del Monte. Non è la forma che ci stupisce, ma ci troviamo ancora di fronte ad un cristallo. E’ questa coesistenza pacifica tra il fiume, le collina circostanti, il castello che sorge in cima ad esse, del quale si sente la presenza pur senza vederlo. La perfezione cristallina di questa architettura, nonostante le sue forme calibrate, forti, si trova nel suo spazio, che questa volta esiste: esiste grazie alle turbine presenti nella lunga hall, esiste a causa delle porte chiuse che permettono l’accesso ai soli addetti al lavoro, esiste per le piccole barche di legno che ormeggiano molli nel bacino d’acqua.

L’ergersi imperioso dell’edificio, la sua presenza massiva, le forme sfaccettate, la pietra: tutto questo sembra un rimando all’architettura di Castel Del Monte, ma la sua mutazione formale, causata dal sito, stretto e lungo, e dalle funzioni richieste, rendono meno ideale lo spazio, più anarchico, contemporaneamente più democratico.

Come la casa Moriyama, progettato da Ryue Nishizawa, completato nel 2006.

In questo caso un’esplosione di forme ha permesso la definizione di tante piccole figure, all’apparenza pure, incorrotte. Sono piccoli volumi bianchi che normalmente vedrebbero la loro esistenza impilati l’uno sull’altro a costruire un condominio.

Non qui. Qui il luogo dove sorge l’architettura è un unico vuoto, interno, esterno, non importa. Le relazioni spaziali e sociali si intessono senza una gerarchia e le stanze si dispongono in questo vuoto come se fossero uno schema, un elenco di funzioni che trovano vita grazie ad una giustapposizione all’apparenza casuale.

La grandezza di questo progetto sta nell’aver esorcizzato il bisogno di intimità, di averla resa esplicita, esibita; sta nella corruzione delle forme pure attraverso una rete di socialità: la bici appoggiata al muro, le grandi aperture al piano terra che mostrano i disordinati ambienti interni, la possibilità di uscire da casa per andare al bagno, il passare davanti alle stanze dei vicini per arrivare alla propria.

Nel momento in cui queste architetture vengono usate perdono il loro splendore cristallino, formale, ed iniziano ad acquistare una ricchezza sporca, quella che Nishizawa definisce atmosfera (in un’intervista dichiara: “You are living in the atmosphere, not in the building. You are living in the building, but with the armosphere”), che altro non è che lo spazio vissuto, l’ambiente che circonda la vita delle persone, che incoraggia i loro comportamenti sociali.

Gli edifici di Moretti e di Nishizawa ci insegnano che la forma geometrica ci racconta troppo poco di una architettura: l’architettura è un cristallo quando riesce ad irraggiare il suo intorno di una presenza viva, non monumentale, quando ci presenta degli ambienti di comunità, quando riesce a favorire degli scambi sociali, tra persona e persona e tra persona e intorno.

Effettivamente, cinquant’anni fa, Ponti terminava il suo discorso:

“così pensavo:

(oggi dico anche: l’architettura è uno spazio).”

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