l’architettura immaginata

by diego terna

http://www.presstletter.com/articolo.asp?articolo=414

1. Un racconto

In un riquadro lungo quattro centimetri e largo tre, [Marguerite] riusciva a mettere un paesaggio intero col cielo azzurro pallido sparso di piccole nubi bianche, l’orizzonte mollemente ondulato di colline dai fianchi coperti di vigne, un castello, un crocicchio a due strade dove passava un cavaliere al galoppo vestito di rosso su un cavallo baio, un cimitero con due beccamorti armati di vanga, un cipresso, degli ulivi, un fiume orlato di pioppi con tre pescatori seduti sulla riva, e, in una barca, due minuscoli personaggi vestiti di bianco.

Georges Perec, “La vita istruzioni per l’uso”, 1978.

2. Fisica teorica

Nei primi anni del Novecento, Einstein pubblica la sua teoria sulla relatività, nella quale spiega l’indissolubile legame tra lo spazio e il tempo, che d’ora in poi dovrà essere visto come una dimensione aggiuntiva alle tre canoniche spaziali. Il carattere dello spazio-tempo, inoltre, non è assoluto: esso è relativo all’osservatore.

Negli anni Trenta si sviluppa la meccanica quantistica, che si basa sul principio di indeterminazione di Heisenberg: non è possibile conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella in un dato istante. Si entra così in un mondo di probabilità, nel quale si fanno previsioni, appunto, probabilistiche, dello stato della materia in un dato tempo.

A partire dagli anni Ottanta si afferma, e viene in special modo divulgata da Brian Greene, la cosiddetta “Teoria delle stringhe”, nella quale si suppone che la materia sia costituita, in ultima analisi, da sottili filamenti che vibrano. Le differenti tipologie di vibrazioni danno vita alla totalità delle particelle che esistono nell’universo.

Queste tre teorie, le prime due verificate sperimentalmente, la terza in corso di definizione, hanno in comune un fattore chiave: per poter essere osservate necessitano un cambio di scala rispetto a quella del mondo fisico che l’uomo percepisce: la teoria einsteiniana ha la sua “visibilità” maggiore a velocità prossime a quella della luce, oppure per dimensioni stellari o planetarie; la meccanica quantistica è osservabile nel mondo microscopico.

Le due teorie sopra citate sono assolutamente discordi alle scale che non siano proprie. La teoria delle stringhe prevede un ricongiungimento delle due teorie: per fare questo studia l’universo ad una scala ancora minore, quella della lunghezza di Planck, e per essere verificata deve prevedere un mondo che a questa scala non presenti quattro dimensioni, ma bensì undici (così piccole da non poter essere verificate con gli strumenti attuali).

3. Opere

1500: Giovanni Mansueti dipinge il quadro “San Marco battezza Ananio”. Uno spaccato verticale di un’architettura immaginaria, nel quale la comprensione complessiva della scena può avvenire solo attraverso continui zoom in avanti e indietro, che permettono di entrare nella miriade di dettagli a grande e piccola scala che si rincorrono sul piano.

1955: nel mare delle forme fluide della cappella di Notre Dame du Haut, Le Corbusier pone un piccolo tabernacolo all’esterno dell’edificio, squadrato, quasi un oggetto purista. Attorno a questa piccola architettura si organizza uno spazio celebrativo sul prato che circonda la chiesa principale.

1966: Robert Venturi scrive: Amo la complessità e la contraddizione in architettura […] Un’architettura valida stimola molti poli di interesse e molti livelli di significato: il suo spazio ed i suoi elementi sono leggibili e fruibili contemporaneamente in molti modi allo stesso tempo.

2004: finisce la costruzione del nuovo Parlamento Scozzese su progetto di Miralles- Tagliabue .

4. Zevi e ritorno

Nel 1948 Bruno Zevi distrugge buona parte della critica corrente, affermando che l’unico metro di giudizio dell’architettura sia lo spazio, cioè quel negativo racchiuso dalla costruzione: esso è sensazione, un’entità indefinibile che i nostri sensi percepiscono attraverso una moltitudine di stimoli.

Lo spazio non è descrivibile in forma fisica, se non attraverso un metodo empirico, cioè l’esperienza di essere lì, fisicamente, a godere delle qualità che l’edificio offre. La grandezza della critica di Zevi sta nel continuo ed esasperato richiamo al valore fondativo dell’architettura, in un elemento che in realtà non esiste, in quello che chiamiamo vuoto, del quale difficilmente si riescono a definire delle caratteristiche.

Proprio questa difficoltà nella descrizione ha fatto sì che l’architettura venisse, e venga, progettata e criticata basandosi su parametri estranei alla nozione di spazio, che hanno portato ad architetture impreziosite da usi sorprendenti dei materiali, oppure progettate con diagrammi e direttamente trasposte nello spazio fisico, o, ancora, architetture che propongono un uso didascalico dei nuovi media come il disegno tramite computer.

Nuovamente il concetto di spazio è andato sfumando, come una caratteristica dalla quale prescindere: un buon esempio è stato il periodo minimalista in architettura, quando lo spazio è stato ridotto, al limite, ad un parallelepipedo puro.

5. Squarcio nel velo, o dell’architettura immaginata

E’ il 2003 e Lars von Trier costruisce il film Dogville prescindendo da qualsiasi riferimento spaziale che non sia astratto: il villaggio nel quale si svolge il racconto è totalmente definito da linee bianche dipinte al suolo, che altro non sono che le piante degli edifici che compongono il villaggio stesso.

Questo film potrebbe essere visto come il punto di svolta dell’architettura contemporanea: da un lato l’esasperazione al nulla, ha prodotto proprio questo, uno spazio totalmente astratto, inesistente nella sua incorporeità; dall’altro lato il film presenta una scenografia che esiste solo se immaginata, quindi presente nelle menti degli spettatori, grazie ai gesti e ai movimenti degli attori. Quasi un esercizio, o una operazione alla Cage (l’opera musicale composta da 4 minuti e mezzo di silenzio).

Il film ha il merito quindi, quasi paradossale, di ricordare l’importanza dello spazio, ma la maniera attraverso la quale sottolinea questa importanza produce una nuova idea: lo spazio ha una così difficile definizione, perché è presente nelle menti dei fruitori dello stesso e per questo è molteplice, tanto quanti sono questi fruitori.

Perec, Greene, Mansueti, Le Corbusier, Venturi hanno capito e spiegato prima di altri come lo spazio contemporaneo è, e hanno trovato un modo di presentarlo: moltiplicando le percezioni possibili all’interno di un’opera. Il quadro minuscolo ma dettagliatissimo di Marguerite, le undici impercettibili dimensioni di Greene, il dettaglio fuori forma di Le Corbusier, le complessità di Venturi, sono elementi che descrivono uno spazio multiforme, nel quale l’immaginazione di uno spettatore può vagare, perdersi. Chi usufruisce di un’opera, di uno spazio architettonico, deve poter immaginare il suo spazio, deve sentirlo attraverso la taratura dei suoi sensi, che devono essere continuamente stimolati.

Lo spazio costruito è l’ambiente nel quale le persone vivono e con il quale si confrontano: è indispensabile che l’architettura preveda numerosi salti di scala, per potersi confrontare con il mondo in diversi ambiti: quello territoriale, quello dell’oggetto, quello del dettaglio.

Ogni cambiamento di scala implica il ripensamento dell’architettura. Ogni cambiamento di scala implica un mondo differente, un immaginario differente, una dimensione differente.

Non esiste una continuità tra “il cucchiaio e la città”; la poetica di un progetto deve parlare mille lingue, anche all’interno di uno stesso vuoto.

Questa visione dello spazio è diretta figlia della rivoluzione portata da internet.

L’icona dello spirito del tempo attuale, infatti, è l’ipertesto: ogni parola di uno scritto è suscettibile di aprire ad altri scritti, quindi ad altri mondi. Una libreria, ad esempio, è didascalicamente uno spazio in forma di ipertesto: ogni punto della sua superficie dà la possibilità di varcare altri confini spaziali, immaginifici.

L’architettura contemporanea quindi è quella capace di formare una sorta di spazio arricchito (un iperspazio?), nel quale si possano trovare punti di varco di orizzonti differenti.

2004: fine dei lavori di costruzione del Parlamento Scozzese.

La complessità stupefacente, a volta esagerata, di questo edificio è la traduzione spaziale del nostro tempo. Miralles ha progettato uno spazio che ha raccolto le tensioni più forti della contemporaneità e le ha tradotte in una esplosione di dimensioni, forme, dettagli, immaginari, che poi sono i tipici caratteri della nostra società.

Il Parlamento è un accumulo compresso di informazioni, cristallizzate in una costruzione, ma che diventano vive nel momento in cui le persone usano l’edificio. Come in un film, dove le inquadrature si susseguono senza soluzioni di continuità, variando nello spazio e nel tempo, passando da paesaggi sterminati a dettagli piccolissimi, allontanandosi nel tempo con dei flashback, raccontando contemporaneamente più storie, l’edificio non lascia tregua a chi lo visita. Sembra che la scelta progettuale sia stata il continuo spiazzamento dello spettatore, che si ritrova, in rapida sequenza, ad osservare elementi dell’edificio che dialogano a scala paesaggistica e poi subito presentano un dettaglio minuto; a volte sembra di osservare un’immensa scultura, subito dopo una porta indica che si tratta di una architettura.

Ipertesto: basta osservare pochi metri quadrati dell’edificio per rendersi conto che non esiste zona che non adotti questa poetica di arricchimento dello spazio. L’esempio emblematico è la facciata che chiude gli spazi a uffici dei singoli parlamentari.

Ci si aspetta un piano semplice, con delle bucature e invece ci si trova di fronte a tanti piccoli edifici appesi alla facciata, che sono sì bovindi, ma con una propria autonomia spaziale. E allora si può notare che ogni miniedificio esce dalla facciata con uno sbalzo differente; sono presenti tre tipi di finestre di cui due apribili; alcune finestre hanno delle schermature per il sole; alcuni bovindi presentano addirittura dei lucernari.

Poi, salendo sulla collina di fronte al Parlamento, si scopre che le forme di queste miniarchitetture riprendono la forma in pianta delle torri degli uffici, sulle quali sono appese.

E, ancora, si nota che le torri non sono altro che estensioni paesaggistiche della collina stessa, quasi opere di land art, con le curve sinuose del terreno che diventano giardino e poi architettura.

Questo tipo di complessità spaziale è ciò che l’architettura oggi può presentare alle persone che vivono in essa. Non è uno spazio semplice, di contemplazione, perché la nostra vita non è così. Non cerchiamo riposo, ma divoriamo informazioni. Non una rappresentazione architettonica di uno spazio virtuale, ma edifici che ci riempiano di dati, visivi, tattili, sonori.

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