Futurismo, Arte Contemporanea, Expo: Milano 2008

by diego terna

http://www.presstletter.com/articolo.asp?articolo=1583

Forse unica città di una certa rilevanza mondiale a non avere un museo di arte contemporanea; una città che si scorda di avere dato luce ad una fondamentale avanguardia artistica, il Futurismo; il cui unico scopo sembra essere la ricerca di profitto economico (e infatti il mercato dell’arte è notevole); una città dove i cittadini sembrano non essere interessati a scambi sociali e culturali che vadano al di fuori di inaugurazioni di piccole gallerie private.

Milano.

Milano, però, il 17 marzo 2008, presenta quello che diventerà il nuovo museo di arte contemporanea della città. Ogni quotidiano ne parla: la cosiddetta capitale morale del Paese avrà il suo Beaubourg , la sua Tate, il suo Guggenheim.

Con alcune, notevoli, differenze.

Il Beaubourg parigino, la Tate Modern londinese e il Guggenheim di Bilbao sono tutti esiti di concorsi internazionali di architettura e tutti sono parti iconiche di più grandi progetti di riqualificazione di intere città o estese aree di queste .

Il Museo di Arte Contemporanea di Milano, no.

O, meglio, fa parte di un’opera di urbanizzazione imponente, fatta in seguito alla dismissione dell’ex Fiera, la cui progettazione è stata assegnata con un concorso organizzato per imprese immobiliari, in cui la qualità architettonica dei progetti era un requisito secondario nel giudizio finale che ha portato al vincitore.

A Milano questa è una pratica comune, l’elenco è lungo: innanzitutto il Teatro alla Scala, quello che ogni milanese ritiene essere l’edificio più rappresentativo della città, vanto della cultura meneghina. Assegnato sempre per concorso tra imprese, che potevano scegliersi l’architetto più gradito, in questo caso Mario Botta

(“In quali condizioni ha ricevuto l’incarico per la ristrutturazione della Scala?

Sono stato contattato nell’autunno del 2001 dal consorzio di imprese che aveva vinto l’appalto-concorso per la ristrutturazione, in una situazione un po’ anomala: Il progetto definitivo dell’ingegner Parmegiani, che era stato utilizzato come base per l’appalto-concorso, non era stato approvato dalle Soprintendenze. L’impresa di costruzione doveva redigere un progetto esecutivo da far approvare, ed è in questo contesto di particolare emergenza, con un progetto definitivo adottato dal Comune, un appalto vinto e i lavori di demolizione già iniziati, che sono stato contattato”.

Pierre-Alain Croset, In Piazza della Scala con Mario Botta: adesso vi spiego tutti i perché, Il giornale dell’architettura 24, dicembre 2004).

La Bicocca è un altro esempio interessante: un pezzo enorme di città, dato in mano ad un unico architetto, Vittorio Gregotti, che ha prodotto un quartiere che forse non può essere città, data la sua eccessiva uniformità e ripetizione linguistica. E’ qui che sorge il Teatro degli Arcimboldi, unico edificio pubblico costruito negli ultimi 10 anni nella città (almeno fino al 2005). Anche per questo, naturalmente, nessun concorso di progettazione, ma incarico diretto, per di più allo stesso architetto che ha urbanizzato tutta la Bicocca, con un procedimento che ha portato al Comune di Milano una reprimenda ufficiale dalla Corte di Giustizia Europea. (Si veda a proposito la lettera inviata dal presidente dell’Ordine degli Architetti al Comune di Milano, all’indomani della presentazione del nuovo museo

http://www.ordinearchitetti.mi.it/index.php/page,Notizie.Dettaglio/id,524)

Il Museo di Arte Contemporanea, così come il Teatro degli Arcimboldi, non è altro che il risultato di un computo di oneri di urbanizzazione e standard urbanistici. Per ogni metro quadro costruito, di qualsiasi nuova opera architettonica, è infatti necessario ricavare una certa quota di metri quadrati dedicati ad attività pubbliche, siano essi parchi, scuole, ospedali. Un meccanismo idealmente corretto, dato che aumentando il numero di abitanti a causa dell’urbanizzazione, avrò bisogno di più scuole, parchi, ospedali, ecc.

Chiedere ad una impresa immobiliare di costruire un edificio pubblico in luogo di sistemare un paio di rotonde o di monetizzarne il valore -come avviene nella maggioranza dei casi- è sicuramente positivo, ma assolutamente fuori da un controllo qualitativo, soprattutto a Milano, dove le autorità pubbliche non hanno nè i mezzi nè la cultura per spingere verso un’alta qualità architettonica, come è facile capire cercando tracce di architettura contemporanea nella città.

La polemica sulla mancanza di un concorso non è fine a se stessa, e non riguarda una mera questione legale. Qui sta il nodo cruciale della questione, la domanda che dovremmo porci di fronte ad iniziative immobiliari di questo tipo: stiamo progettando un futuro per la città di Milano? In caso affermativo, che futuro stiamo prevedendo?

Il Beaubourg, il Guggenheim, in parte anche la Tate, sono stati progetti rivoluzionari, entrati ormai nella storia dell’architettura. La loro qualità architettonica, la loro importanza spaziale, hanno fatto in modo che essi si trasformassero in icone e simboli delle città stesse. Ciò è dovuto all’intelligente visione di chi ha pianificato il futuro di queste città, che ha capito come architettura di alta qualità possa divenire veicolo di ricchezza, economica, sociale, culturale.

I tre musei citati hanno cambiato il volto delle rispettive città, perché assurti al ruolo di teste di ponte per la crescita delle stesse. Bilbao è divenuta una città di importanza mondiale grazie al Guggenheim e sempre grazie ad esso si è pianificata una completa ristrutturazione per permettere il passaggio da un’economia prevalentemente industriale, in decadenza, ad una economia terziaria, legata al turismo, al business, alla cultura. La Tate Modern è divenuta anch’essa simbolo di una ristrutturazione imponente, che riguarda la riva meridionale del Tamigi, costituita in prevalenza di fabbriche e industrie. Il vasto lavoro che la municipalità londinese sta portando avanti trova nella Tate il catalizzatore di questi interventi, la vetrina dove mostrare il recupero e la riqualificazione di estesi brani di città, grazie alla rifunzionalizzazione e alla realizzazione di edifici e spazi pubblici di grande qualità architettonica e urbanistica. Su questi binari Londra si sta muovendo per il grande evento delle Olimpiadi del 2012: l’area prescelta è, infatti, una grande area dismessa da recuperare e le Olimpiadi daranno l’impulso necessario al nuovo intervento.

Questo non è stato per il Museo di Arte Contemporanea di Milano: più che come testa di ponte lo possiamo identificare come un semplice grimaldello per far leva sull’opinione pubblica e creare un consenso positivo intorno al nuovo quartiere. E’ un meccanismo abbastanza palese, e lo si riconosce già nella presentazione del progetto, dalle immagini date in pasto ai media di informazione: i grattacieli dell’ex Fiera a far da sfondo, ma amichevoli, trasparenti come fantasmi.

No, non crediamo sia per evidenziare il museo, oggetto della presentazione, ma semplicemente per non ricordare che in gioco ci sono delle volumetrie imponenti, mal viste dalla cittadinanza. Così ci si dà da bere il nuovo Museo d’Arte Contemporanea di Milano, lo si fa progettare da una grande firma internazionale, lo si fa benedire dal presidente della Triennale, e ci si racconta che una spirale che diventa cerchio è un riferimento a Leonardo, quindi, rendiamoci conto, molto milanese.

Come al solito l’Italia si mostra qual è, un mero ricettore di fantasiose mode culturali, di grandi nomi del jet set, terra di conquista architettonica. Il Beaubourg, la Tate, il Guggenheim, sono tutti esempi di opere di architetti all’apice della propria capacità, o in momenti di fervida immaginazione. Così è stato per il Museo Ebraico di Berlino, un capolavoro assoluto dell’architettura contemporanea, progettato da un teorico-artista, che fino a pochi anni prima aveva costruito incredibili maquette di progetti assolutamente radicali: Libeskind. Poi, rapidamente, la sua vena si è inaridita, ha trovato un marchio da esportare nel mondo, ha raccontato la sua commovente storia di immigrato americano al concorso per la Freedom Tower a Manhattan ed ha smesso di essere un rivoluzionario. E’ stato in quel momento, ormai inoffensivo, che l’Italia lo ha abbracciato, ne ha riconosciuto il valore, gli ha proposto progetti.

Il Museo di Arte Contemporanea di Milano è uno di questi: una forma a priori, un supposto riferimento a Leonardo, che neanche nei corsi universitari verrebbe accettato, così semplicistico, la strizzata d’occhio all’ecologia, che fa tanto contemporaneo, con i quattro alberelli in copertura, e poi, naturalmente, la spa, il ristorante di lusso, i laboratori per gli artisti, senza alcuna caratterizzazione spaziale.

Cosa si è potuto vedere nelle immagini proposte sui giornali, sui siti internet, alla tv? Una specie di ziggurat color sabbia (marmo di Condoglia? ma non era ad uso esclusivo della Fabbrica del Duomo?), completamente chiuso verso l’esterno (nonostante l’arte contemporanea stia uscendo dai musei da più di un secolo ormai), con degli sbuffi di verde tra le scalinate, tante persone sorridenti in primo piano e i tre fantasmi all’orizzonte.

Non una voce critica nei confronti del risultato architettonico, ma solo cronaca e per di più estasiata nei confronti del genio americano, grazie ai colti riferimenti prodotti: la spirale è Leonardo, la spa sotterranea sono i navigli, il tetto con l’orto sono i numerosi attici verdi che si vedono in città, il marmo di Candoglia è il Duomo. Una serie di citazioni turistiche per un museo di arte contemporanea: mancava solo il panettone e il risotto allo zafferano.

Così succederà che le critiche positive e negative del progetto riguarderanno solo gli aspetti più banali del progetto: “azzeccatissimi riferimenti meneghini” -le critiche positive- “architettura contemporanea uguale volume di cemento”, “com’era bello quando c’era il verde”, “l’architettura moderna non c’entra nulla con la consolidata città storica” -le critiche negative-.

Ma il problema, ancora, è l’immaginario che costruisce questo progetto. A vederlo così, piccolo elemento disperso in volumetrie impressionanti, l’idea è che non sarà assolutamente un elemento trainante per la crescita milanese, ma bensì un piccolo spazio accessorio all’urbanizzazione dell’area. Non ci si rende conto che un museo di arte è un accentratore di funzione pubbliche, un luogo dove i cittadini possono decidere di passare il proprio tempo libero. Non deve essere visto solo come spazio turistico ma come un elemento propositivo per la socialità della città, per la costruzione della sua cultura. Uno di quei luoghi che legano gli abitanti alla propria città, cosa che non avviene a Milano, dove le persone sono invogliate a scappare appena possibile ma che in città come Parigi, Londra o Berlino sono ormai abitudini irrinunciabili (i Parigini, oltre a poter visitare anche la sera e a prezzo ridotto Louvre e Beaubourg, Palais du Tokio e Fondazione Cartier, possono, da poco meno di due anni, apprezzare le culture primitive nel nuovo spazio di Jean Nouvel lungo la Senna, il museo Quai Branly, opera che già in sé è un atto di sperimentazione artistica).

L’immaginario che costruisce il progetto di un nuovo spazio pubblico, specialmente di un elemento così importante quale il museo, deve necessariamente abbracciare e influenzare la crescita dell’intera città e porsi come atto artistico in sé. La presenza di una nuova architettura pubblica deve essere motore di un dibattito sulla contemporaneità, un dibattito che a Milano non esiste e la cui mancanza provoca quella diffusa ignoranza sull’arte e l’architettura moderna.

Eppure anche a Milano esistono situazioni che fanno sperare in un positivo cambiamento, anche se, come sempre avviene in questa città, è ancora un privato a mostrarcele. Con grande sfregio verso l’unico critico italiano di architettura contemporanea con un certo seguito popolare, Adriano Celentano, la nuova sede della Bocconi è l’esempio che anche a Milano si possa fare architettura di alto livello.

Esito di un concorso internazionale di progettazione, il nuovo edificio fa seguito a quelli ormai storici di Pagano e al terribile scivolone di Gardella, grazie al duo irlandese delle Grafton. In questo caso non è stato scelto un nome di spicco perchè semplicemente non si è scelta una firma. In base al risultato concorsuale il loro progetto è stato considerato il più meritevole.

E viaggiando per la città si scopre che effettivamente l’edificio costruito è notevole, giudicabile architettonicamente grazie al fatto che propone degli spazi progettati, senza alcun riferimento banale ad un’inventata milanesità, che per fortuna non si è fermata al Rinascimento ma ha prodotto il Futurismo e poi la fervida architettura degli anni ’50 che tanto ha influenzato i più importanti architetti contemporanei.

Questo è ciò di cui ha bisogno Milano, e l’Italia in generale: edifici che possono essere giudicati positivamente o negativamente, ma che sono pienamente architettura, nel solco di un discorso contemporaneo e di un dibattito culturale che investa l’intera città.

Milano ha ora, con l’assegnazione dell’Expo, la possibilità di continuare a crescere con atti di estemporanea banalità oppure di cambiare radicalmente rotta e produrre un progetto organico, che non riguardi la sola area dell’esposizione per il solo svolgimento temporale della stessa, ma bensì influenzi la crescita di tutta la metropoli. Non lo potrà fare assegnando i progetti e i lavori all’impresa che offrirà più soldi, ma semplicemente seguendo le procedure messe in atto da altre città europee: concorsi, coinvolgimento dei cittadini, affidamento a progettisti di qualità di progetti urbani a grande e piccola scala.

diego_terna@hotmail.com

chiara.quinzii@gmail.com

Advertisements