specie di libri #2: la torre di asian

by diego terna

 

C’è stato un momento nel quale Second Life pareva potesse essere un mondo credibile per la costruzione del proprio esistere alternativo: la nascita degli avatar virtuali, schematiche riproposizioni degli avatar nati dalla tradizione religiosa indiana, e la costruzione di spazi possibili, come le isole che componevano il mondo di Second Life, hanno trasformato questo aggregatore sociale in una fulminea macchina da guerra dell’universo web.
Eppure, rapidamente, il network ha perso appeal, a favore di forme più immediate di autocostruzione del proprio io virtuale: Facebook, ad esempio, è riuscito a dare vita ad un cosmo nel quale lentamente le persone riescono a modellare la propria apparenza verso gli altri e a costruire una personalità realmente alternativa, fatta di immagini selezionate, di ritratti corretti, di parole studiate. Il filtro costituito dal tempo necessario a scrivere un testo, a selezionare una fotografia, a leggere e commentare un’affermazione, trasforma il rapportarsi con le altre persone in una sorta di progettazione continua del proprio essere.

Questa immediatezza ha, in un certo senso, ucciso Second Life che, però, trova nuova vita, tra i tanti finali possibili, in un libro che mostra chiaramente cosa è stata l’esperienza di questi ultimi anni in rete. La torre di Asian è un concept book, ideato da Fabio Fornasari, Lorenza Colicino e Giuseppe Iannicelli, edito da Zerogikappa, che raccoglie un lavoro in progress frutto della partecipazione colleggiale di alcuni avatar di Second Life.
La compartecipazione in quello che è un romanzo collettivo è la forza di un’opera che prova a fare un percorso inverso, a costruire un proprio io reale, partendo dalla rete e arrivando a quello che consideriamo il mondo reale.
Il punto fondamentale di questa vicenda, che mostra poi la reale forza di Second Life, risiede nella genesi del libro: la creazione di una architettura, la torre progettata da Asian Lednev, aka Fabio Fornasari, è stata l’oggetto che ha fatto incontrare persone, ha stimolato attività, ha compresso entro il suo spazio delle possibilità.
In un luogo che si ritiene virtuale, uno spazio costruito ha nuovamente aggregato potenzialità umane, le ha attirate a sé e le ha rilasciate, intensamente, nel mondo che si ritiene reale.
La costruzione del proprio io è passata attraverso l’architettura, si è nuovamente rivolta verso la progettazione dello spazio, riproponendo una forma di socialità che dura da millenni: l’aggregazione di persone avviene in uno luogo che funge da catalizzatore delle attività umane, le protegge e le stimola. La torre di Asian ha dato l’impulso alla realizzazione di un’opera collettiva per il fatto di essere già essa stessa opera costruita, anche solo virtualmente, in un mondo di schematici avatar che vogliono nuovamente diventare persone.

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