specie di libri #3: playscape, iacovoni – rapp

by diego terna

L’architettura, quando viene raccontata, ha un problema di fondamentale importanza: non può essere portata ad esempio nella sua reale consistenza. Per poter essere spiegata, dunque, necessita di media di filtro che ne riescano ad estrarre l’essenza, portando a galla le caratteristiche più importanti dello spazio costruito. Le fotografie, i disegni, i render, i plastici si sono così evoluti: da mezzi di rappresentazione sono divenuti forme di rappresentanza, con un propria autonomia che spesso si slega dall’architettura. I disegni della giovane Zaha Hadid, per esempio, poco avevano a che fare con le architetture costruite delle quali fungevano da facenti veci. Eppure entrambe le realtà riuscivano a costruire dei mondi di assoluto interesse, nei quali il dialogo fra disegno e spazio non era solo un tentativo di ridurre su una superficie piana la complessità dell’architettura, ma bensì un ricco rimando di forme, idee, riferimenti.

Può succedere che il surrogato dell’architettura superi l’importanza della stessa: è quanto accaduto, e ancora accade, in Italia, dove il primato del disegno si accompagna alla misera condizione dello spazio costruito, con risultati sorprendenti: spesso l’architettura sembra il medium di rappresentazione, malriuscito, del disegno.

Ciò non toglie l’interesse all’indagine sulle maniere di presentazione dello spazio costruito.

Un esempio recente si trova nel libro scritto da Alberto Iacovoni e illustrato da Davide Rapp, Playscape, edito da Libria.

Qui si snodano due racconti paralleli: uno, scritto, l’altro, disegnato. E’ proprio questo disegno a rendere il saggio diverso dalla maggioranza dei testi sull’architettura: lungo le pagine, infatti, si snoda una sorta di fumetto evoluto, che racchiude sotto le regole di un unico linguaggio formale, l’illustrazione, tutte le architetture e gli spazi che vengono citati dallo scritto. L’architettura, così, riesce ad acquisire la temporalità tipica del fumetto e ad arricchirsi, dunque, di un elemento descrittivo più approfondito di una semplice immagine.

I colori, poi, sono totalmente eliminati, o, meglio, fusi in un’unica palette di azzurri che unificano tutti gli spazi presentati, facendone emergere le caratteristiche peculiari.

Le debolezze si riscontrano nel racconto parallelo. Lo scritto, infatti, spara tutte le sue cartucce migliori all’inizio, con una carrellata che si districa perfettamente fra le macchine della cinematografia fantascientifica e le macchine dell’architettura e dell’urbanistica moderna, suggerendo fecondi intrecci tra le due.

Poi, inspiegabilmente, il tono si abbassa e le macchine architettoniche diventano i progetti di Ma0, citati come se fossero gli unici esempi plausibili (e, comunque, le migliori soluzioni) per costruire un futuro nella città.

Se la grafica riesce a mantenere un tono ironico, quasi surreale, con M. Hulot che si trova a passeggiare in un progetto Europan di Ma0 e subito dopo nell’universo di Pac Man, lo scritto si prende un po’ troppo sul serio, perdendo il tono sognante delle prime pagine, quando Star Wars pareva davvero essere la spiegazione dell’architettura contemporanea.

speciedilibri@gmail.com

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