specie di libri #5: ogni cosa è illuminata, jonathan safran foer

by diego terna

In effetti la casa erano due case, che erano state collegate a livello del soffitto quando la rischiosa impresa dell’allevamento di trote del padre della sposa si era dimostrata particolarmente lucrativa. Era la casa più grande di Trachimbrod, ma anche la meno comoda, perché accadeva di dover salire e scendere le tre rampe di scale e attraversare dodici stanze per andare da una stanza all’altra. Ed era divisa secondo le funzioni: camere da letto, sala giochi dei bambini e biblioteca in una metà; cucina, sala da pranzo e studio-ritiro nell’altra. Le cantine – una delle quali ospitava la formidabile rastrelliera per vini di Menachem che, prometteva lui, un giorno si sarebbe riempita di vini non meno formidabili, l’altra adibita a tranquillo tinello dove la madre della sposa praticava il cucito – erano divise da una semplice parete di mattoni, ma, a ogni effetto pratico, distavano quattro minuti a piedi. La doppia casa disvelava ogni aspetto della nuova agiatezza dei padroni. C’era un terrazzo costruito a metà, che aggettava dal retro come una scheggia di cristallo. Pavimenti e soffitti erano uniti dai piloni marmorei di inutilizzate scale a chiocciola. Al primo e al secondo piano furono alzati i soffitti; di conseguenza le camere del terzo potevano essere abitate soltanto da bambini e nani. Tazze di porcellana furono installate nel gabinetto esterno al posto dei rialzi in mattoni senza sedile da cui defecavano tutti gli altri abitanti dello shtetl. Il giardino, benché fosse perfetto, fu sradicato e sostituito da un vialetto di ghiaia fiancheggiato da azalee potate troppo basse perché potessero fiorire. Ma la cosa di cui Menachem andava più fiero erano i ponteggi; simbolo di perenne cambiamento, di una crescita graduale e continua. Man mano che la costruzione procedeva, amava sempre più quello scheletro di travi e travicelli: lo amava più della casa stessa, e alla fine convinse un poco convinto architetto a includerlo nel progetto finale. Vi inclusero anche i muratori. Be’, non esattamente i muratori, ma alcuni attori locali pagati per figurare da muratori, per camminare sulle assi delle impalcature, piantare chiodi inutili in pleonastici muri, svellere chiodi, esaminare progetti di lavoro. (A loro volta i progetti venivano riprodotti in altri progetti, e in quei progetti c’erano progetti con progetti con progetti…) La soluzione di Menachem era questa: invece di comprare cose diverse, continuava a comprare le cose che già possedeva, come un uomo su un’isola deserta continua ad abbellire e a raccontare l’unica barzelletta che conosce. Sognava che la doppia casa fosse una specie di infinito, una perenne frazione di se stessa – a suggerire un pozzo di denaro senza fondo – qualcosa che si approssima sempre al completamento senza mai raggiungerlo.

Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, 2002

speciedilibri@gmail.com

Advertisements