To empty. Social housing in Monte Hacho

by diego terna

text published on C3 Magazine, n.310

versione italiana

 

The Tower of St. Pancrazio in Cagliari, designed by Giovanni Capula in 1305, soars 36 feet from the street level, dialoguing with the nearby Tower of the Elephant. The city, which is built against remarkable backdrops, finds a spatial foothold between the two towers, establishing two points within the city around which the urban can develop itself horizontally.

The Tower of St. Pancrazio proposes its actual modernity thanks to an amazing building system, consisting of two materials―limestone and wood―that form a continuous system of oppositions. The stone, with its massive static, defines a box C-shape within which it builds a construction made of light wood floors embedded in the C itself. The stone, despite its heaviness, is clear in color, almost white; the wood, in contrast, is dark, gloomy. Climbing the tower involves a dizzying ride, with wooden floors that seem to fly above the city, projecting the appearance of evanescent solidity that is almost removed by the strong stone perimeter.

The tower of St. Pancrazio manages to be an essential element in the architectural story of the city thanks to this dichotomy between heavy and light, closed and open, permanent and temporary, but chiefly thanks to the removal of one side of the box, revealing the interior of the tower and permitting the city to enter into the architecture and while casting a gaze over the surrounding territory. In this way, it can appropriate the city of Cagliari.

What happens in the dwellings of Hacho Mountain is reminiscent of this unveiling of the architecture to the city, the melting between domestic space and the surrounding area. However, in this case, the acts come from a more complex mechanism: in Cagliari, it was to discover the game, meaning that removing one side of the box usually containing the architecture was a bold move; in Ceuta, the point of departure is defining the boundaries of an enclosure to be filled with the required functions. The towers that rise over the landscape of the Spanish city are thus not the points that fix the urban and architectural events of Ceuta, but rather large containers within which the pure volumes of residences can be disposed of freely, creating a set of panoramic voids through which the city is suddenly embraced.

The mechanism becomes even more evident in the patio residences. Here, the box acquires a larger force, so crushed within the rock; the space undergoes a sort of inert compression that highlights the static efforts of the parallelepiped. It is as if the stone, excavated to make way for homes, required a solid perimeter so that it would not return to its natural state. Emptied, it falls on the houses, but cannot appropriate them and thus instead returns in the continuous bundling of the new residences.

Within the parallelepipeds, the houses still add up as pure volumes, one above the other, with slight deviations calibrated to provide marine foreshortenings and to defend against the wind that blows―overbearingly―for most of the year.

As such, one element becomes recurrent in both Cagliari and Ceuta. The new architecture, in the mid 1300s and early 2000s, stands as solid as a rock wedged between the mountains, while urban vertical signals give a measure to the city. They do not remain silent against the city itself, but rather emerge with a revelation, thanks to the act of emptying, a wall, a ceiling, and an interior. This allows the return of the city into the architecture, a transformation of space from private to public, for use by every inhabitant.


versione italiana

Svuotare

E’ del 1305 la torre di San Pancrazio a Cagliari, progettata da Giovanni Capula: si innalza per 36 metri dal livello della strada, dialogando con la vicina torre dell’Elefante.

La città, che si costruisce su dislivelli notevolissimi, trova un suo appiglio spaziale tra queste due torri, che fissano due punti all’interno della città stessa, attorno ai quali tutta l’urbe può costruirsi in orizzontale.

La torre di San Pancrazio propone la sua attuale modernità grazie ad un sorprendente sistema costruttivo, costituito da due materiali, la pietra calcarea e il legno, che formano un continuo sistema di opposizioni: la pietra, nella sua massiva staticità, definisce una scatola a forma di C, all’interno della quale si costruisce un allestimento fatto di piani leggeri di legno incastonati nella C stessa. La pietra, a dispetto della sua pesantezza, è di un colore chiarissimo, quasi bianco; il legno, al contrario, è scuro, cupo.

Salire sulla torre significa percorrere un tragitto vertiginoso, con i piani di legno che paiono volare sopra la città, con una apparenza di solidità evanescente, quasi sottratta dal forte perimetro lapideo.

La torre di San Pancrazio riesce ad essere un elemento di fondamentale importanza nella vicenda architettonica della città grazie a questa dicotomia tra il pesante e il leggero, tra il chiuso e l’aperto, tra il permanente e il temporaneo, ma soprattutto grazie all’eliminazione di un lato del parallelepipedo, che svela l’interno della torre, fa entrare la città nell’architettura e proietta lo sguardo dei visitatori sul territorio circostante, che in questo modo possono appropriarsi della città stessa.

Quello che succede nelle residenze di Monte Hacho ricorda questo svelarsi dell’architettura alla città, la fusione fra spazio domestico e territorio circostante.

In questo caso, però, le azioni compiute provengono da un meccanismo più complesso: a Cagliari si trattava di scoprire un gioco, in maniera ardita, eliminando dunque un lato della scatola che solitamente racchiude l’architettura; a Ceuta il punto di partenza si trova nella delimitazione di recinti, da riempire con le funzioni richieste. Le torri che si innalzano nel panorama della città spagnola non sono dunque dei punti che fissano le vicende architettoniche e urbanistiche di Ceuta, ma bensì dei grandi contenitori entro i quali i volumi puri delle residenze possono liberamente disporsi, dando vita ad un insieme di vuoti panoramici, attraverso i quali la città viene d’un colpo abbracciata. Il meccanismo diviene ancor più evidente nelle residenze a patio: qui la scatola acquista una forza maggiore, perché schiacciata all’interno della roccia: tutto lo spazio subisce una sorta di compressione che evidenzia lo sforzo statico del parallelepipedo. E’come se la pietra, scavata per far posto alle residenze, richiedesse un perimetro solido, per non ritornare al suo stato naturale. Svuotata, essa incombe sulle case, ma non può appropriarsene, eppure ritorna, nell’affastellarsi continuo delle nuove residenze.

All’interno dei parallelepipedi ancora le case si assommano come volumi puri, uno sopra l’altro, con leggeri scostamenti, calibrati per offrire scorci marini e difendersi dal vento che soffia prepotente per la maggior parte dell’anno.

Un elemento diviene, dunque ricorrente: sia a Cagliari, che a Ceuta, la nuova architettura, nella metà del 1300 e agli inizi del 2000, si erge solida come un pezzo di roccia incastonato tra i rilievi urbani, segnali verticali che danno una misura alla città.

Essi, però, non rimangono muti nei confronti di questa: attuano con un disvelamento, grazie al gesto di svuotare, una parete, un soffitto, un interno. Ciò permette un ritorno della città nell’architettura, una trasformazione dello spazio da privato a pubblico, ad uso di tutti i cittadini.

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