specie di libri #8: bruno zevi, storia e controstoria dell’architettura in italia

by diego terna

 

A 11 anni dalla sua morte, si parla spesso di Bruno Zevi con una sufficienza che è probabilmente figlia delle ultime valutazioni del critico prima della scomparsa: il suo giudizio estremamente positivo sul lavoro, per esempio, di Gerhy, o di Libeskind, si infrange sulla produzione architettonica di questi architetti negli ultimi anni, non all’altezza di quanto si sarebbe potuto immaginare dalle prime opere. Quella che per Zevi era la liberazione finale dello spazio, il raggiungimento di un nuovo grado zero nell’architettura, finalmente svincolato dal tanto odiato Post Modern, si è rivelata, poi, una tendenza altrettanto dannosa, un brand fatto di deformazioni, blob, linee spezzate senza alcuna ragione spaziale.

 

Eppure, rileggendo l’ultimo libro di Zevi, Storia e Controstoria dell’architettura in Italia, pubblicato nel 1997, questa sufficienza si dilegua immediatamente e si riconosce, nel critico, una abnegazione, una passione, un coraggio che oggi è molto difficile trovare, nel campo della critica e della storiografia d’architettura.

L’elemento più affascinante in questa storia zeviana è proprio l’impegno profuso dal critico nel dare dei giudizi di valore a quasi 3000 anni di storia dell’architettura italiana, trattando gli edifici come pari, senza farsi influenzare dall’importanza storica degli stessi, ma, appunto, con una passione così forte da trasparire in ogni pagina del libro.

Succede così di vedere elenchi che paiono arbitrari, come nel caso dei templi greci, che vengono descritti come di nessun interesse spaziale (a parte il tempio di Paestum). Oppure, si può leggere la descrizione di Roma come una non-capitale, un borgo papale ingigantito. O, ancora, scorrere un elenco scarno di architetti-poeti, creatori di linguaggi architettonici (solo sette!) e di letterati prestigiosi, ma di secondo piano rispetto ai primi (Di Giorgio, Peruzzi, Terragni, Scarpa, tra gli altri), per tacere degli esclusi (Leonardo, Bramante, Bernini, Alberti, i Sangallo, per citare solo alcuni).

Si tratta di giudizi magari discutibili, ma assolutamente credibili in base all’accorata analisi di Zevi. E questo, indipendentemente da qualsiasi lettura dell’opera del critico, è un dato che ci parla dell’influenza zeviana sulla storia della critica, italiana e non.

La capacità di valutare l’architettura per quello che è, spazio, è ciò che oggi manca a buona parte dei giudizi critici che riguardano l’architettura, soprattutto in Italia, dove recentemente assistiamo alla nascita continua di riviste, cartacee e online, di gruppi di critici, di conferenze itineranti, che hanno come tema principale proprio la stessa.

Eppure, quella che dovrebbe essere una notizia positiva, mostra in realtà uno sfiorire della passione nei riguardi dell’architettura, che si evidenzia nel tentativo di parlare d’altro, di trovare dei temi al di fuori della disciplina, buttandosi con ferocia nella grafica, nella parola fine a se stessa, nel revival di figure che si pensava potessero essere dimenticate.

L’architettura è venuta a noia, perché difficile, perché unica delle “arti” a non poter essere prodotta dalla sola volontà dell’autore, perché impossibile da esporre in una mostra, perché vittima di una serie di nepotismi, corruzioni, burocrazia, compromessi, budget, che spostano sempre più su l’asta dell’impegno di ogni singolo architetto.

La figura di Bruno Zevi, dunque, è importante nel suo svelare senza cedimenti l’entusiasmo – autentico, continuo, forse ingenuo – nei confronti dello spazio, del vuoto che ci circonda, dell’essenza stessa del mondo costruito dall’uomo. I suoi scritti sono una assidua esortazione verso lo scopo ultimo, per non dimenticare che l’architetto (e il critico) può passeggiare in territori inesplorati, inseguire discipline diverse, essere stimolato dagli apporti più disparati, ma deve sempre far ritorno, magari malconcio a causa di tutte le avversità, allo spazio, al vuoto racchiuso dall’architettura.

 

speciedilibri@gmail.com

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