il design spiegato a me stesso

by diego terna

E’ primavera.

Lo so perchè una settimana fa ho tirato avanti di un’ora l’orologio.

Lo so perchè le giornate sembrano più lunghe e la pianta di peperoncino sul mio balcone è piena di piccole foglie di un irreale verde chiaro.

Poi, lo so, perchè si sente nell’aria l’odore dolce e alternativo del designer liberato: dopo un inverno passato nella fabbrica di Artemide, di Kartell, di Kvadrat, rinchiuso suo malgrado invece di socializzare a qualche festa, ora i nuovi oggetti sono pronti e necessitano della giusta pubblicità.

 

E’ primavera e a Milano significa una sola cosa: arriva, lungo e festaiolo, il Salone del Mobile.

Ecco, da qualche settimana non si può schivare: ogni sito che si rispetti presenta l’anteprima dell’anteprima della nuova libreria robot di Novembre, dell’orologio dei SANAA, dell’appendiabiti di non so chi. Bisogna stare attenti, perchè sono cose potenti, che ti urlano addosso tutto la loro, profonda, progettualità.

E così, come ogni primavera passata a Milano, vivo in un misto di esaltazione speranzosa e depressione razionale.

Perchè, è vero, il Salone del Mobile trasforma una settimana di Aprile in un tempo nel quale la città non é più solo una somma di case e negozi collegati da condotti stradali ad uso esclusivo (e parcheggio abusivo) delle auto. No. In questa settimana pare che Milano viva anche di spazi pubblici esterni e sia abitata da persone che hanno una vita anche al di fuori dell’abitacolo automobilistico.

Così, si vedono persone (e non siamo alle Colonne di San Lorenzo) che bevono e chiacchierano per strada, su qualche piazza, più o meno storica, fuori dai bar, dai negozi, dalle università. E’ davvero un momento in cui si sente in qualche modo una sorta di tensione che riesce a riverberarsi sulle vie di questa piccola città.

Poi, come spesso avviene, è come se si liberassero irrequietezze di mesi in pochi giorni e quindi la normalità dello stare fuori si trasforma in traffico caotico, in un overdose di socialità fastidiosa, tra spintoni, “macchine parcheggiate in tripla fila” e panini alla porchetta in ogni angolo strategico.

 

Allora bisogna darsi un tema, prendere la settimana come una missione: una cosa banale, provata un paio di anni fa, quando la crisi non mordeva a pieno e le tavole erano ricche, era cercare di cenare gratis ogni sera, imbucandosi in qualsiasi inaugurazione, magari da solo, senza conoscere nessuno, bloccato all’angolo del catering, tra vini rossi e panini imburrati. Sistematicamente.

 

Perchè poi, a pensarci meglio, il Salone è la raccolta di una serie di oggetti a me incomprensibili e, molto, fastidiosi.

Ci sono persone meno ossessive, credo, che pensano che il design sia una naturale derivazione dell’architettura: quindi smettono di fare gli architetti e iniziano a progettare sedie, forchette, cappe di ventilazione. E questa è per me la parte incomprensibile.

Cioè, lo capisco: capisco che fare design è incommensurabilmente più facile di fare architettura, soprattutto in Italia, dove l’architettura – e la cultura necessaria a supportarla, soprattutto – non esiste.

Lo capisco, perchè non c’è riflessione sul design: il progetto di un oggetto (generalizzo e semplifico, naturalmente) è diventato un puro atto di forma. Certo, anche l’architettura ha subìto questa degenerazione, che impedisce il pensiero progettuale finalizzato al cosa? con un più banale come?. Io non vedo del design che pone delle domande fondative e cerca di risolverle: cos’è una sedia, come ci si siede, che spazio si irradia attorno alla sua presenza, perchè ci si siede, è necessario sedersi, … Succede così che l’ergonomia, per esempio, diventi materia di brutte sedie da ufficio, risolte con una esibizione di tecnologia triste, una sorta di architettura alla Renzo Piano applicata al design. Non a caso la lampada di maggior successo nella storia è la Tolomeo, piena di ammennicoli strutturali in cui impigliarsi.

 

Non che la ricerca di forme sia un elemento negativo a priori: mentre parlo, scopro spesso di accarezzare in maniera compulsiva un oggetto qualsiasi che ho in mano; ne indago le scanalature, sento il liscio o lo scabro del materiale, lo peso incosciamente. Il progetto di un oggetto è importante, perchè ha una maniera ancora più intima dell’architettura di rapportarsi con le persone.

Quello che mi da fastidio è l’aurea che si crea attorno a questi oggetti, e ai loro progettisti, che sembrano realmente i salvatori di una disciplina, che però, ormai, nulla ha a che fare con la sorella minore.

L’architettura è morta e il design sta infierendo sul cadavere.

 

Ammiro la progettazione di oggetti legati a degli ambienti: le poltrone e i tavoli di Mollino, prodotti in conseguenza di un progetto d’architettura, per esempio. Credo che il design migliore derivi da questo approccio: dare completezza ad uno spazio, un più forte carattere ad un ambiente.

Invece, oggi, vedo la libreria robot di Novembre e mi chiedo per quale spazio sia pensata, come possa concludere un ambiente, se possa andare bene in qualsiasi architettura. E, quindi, non discuto della sua forma, della sua idea, che mi pare divertente, originale, ben fatta, ma che poi, realmente, mi fa pensare ad una grande presa per i fondelli.

 

Il design ha acquisito lo status di disciplina autonoma, ma senza avere l’umiltà di pensare di essere un oggetto da catalogo e non un’opera d’arte. L’arte dovrebbe farla chi sa porre delle domande: il design, al massimo, può essere unico solo nella qualità, artigianale, della produzione. Insomma, è come quando si va ai musei civici a vedere i gioielli rinvenuti nella necropoli sotto casa: tutto bello, tutto ammirevole, ma, veramente, poco attinente all’arte.

 

Vorrei che tutto fosse meno sbalorditivo, che riuscisse a rientrare nei ranghi, che convogliasse le energie su temi più complessi: perchè progettare la propria, bellissima, sedia, da far pagare qualche migliaio di euro, contemplando uno spazio pubblico degradato (la Milano di oggi) è puro spreco di risorse, inaccettabile.

 

via agli insulti, ora…

 

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