Il design spiegato a me stesso #2

by diego terna

Ieri al Sole 24 Ore si mangiava bene.

Si beveva anche discretamente. C’era un passito molto dolce (Dolcedo, si chiamava, appunto) e dei cioccolatini deliziosi che poi sono arrivato a casa sfondato.

Mi sono appostato di fianco ai tavoli in maniera che all’apertura delle danze fossi in posizione corretta per riempirmi i micropiatti (li odio) all’inverosimile. A un certo punto la persona che serviva il prosciutto crudo lo tagliava come un muratore bergamasco taglia i tubi piombati col flessibile.

Ah, sì. C’era la mostra su Gio Ponti. L’ho persa, credo, a meno che quei 5-6 oggetti rinchiusi in teche-celle non costituissero il corpo della mostra.

E, poi, si doveva aspettare che finisse la conferenza prima di rubare un piccolo pezzo di focaccia…

Ecco, durante questa conferenza due interventi mi hanno colpito, e non hanno fatto altro che risuonare nel mio cervello da profano del design come una nota molto stonata.

Un concetto l’ha espresso Novembre (eh, mi spiace, sempre lui, mannaggia. Ma tanto, che gliene frega di me?), l’altro Bellini.

Novembre ha fatto, per due volte, l’apologia dell’Iphone, fissandosi poi sul marchio, la mela morsicata. Parafrasandolo, diceva che Jobs è uno che ha capito tutto della vita, del mondo, del design perchè questo marchio ci riporta alla mela morsicata da Adamo ed Eva, e così si fa carico dei peccati del mondo, trova una sorta di empatia con tutti noi, con i nostri pregi e difetti.

Secondo Bellini, invece, un buon designer non deve porsi questioni sulla funzione di un oggetto. Diceva che l’ergonomia è una materia inutile, che la insegnano a scuola perchè a scuola non possono insegnare ad essere bravi, creativi.

 

Creatività! A un certo punto è venuta fuori questa parola, creatività.

Sentiti questi due discorsi ho deciso che fosse tempo di risalire nella hall e scalciare con gli altri robusti invitati per prendermi la mia razione di pasta al pomodoro e ricotta.

Io non so come sia possibile che una persona mi racconti la storia del marchio di un telefonino con l’enfasi di chi ha scoperto la pozione dell’immortalità. E’ un marchio! Interessante nella sua semplicità, divertente, appropriato, ma rimane un marchio. Mi ripeto: il design di oggetti non ha nulla di salvifico. Non ce l’ha l’architettura, men che meno il parente ricco. Io capisco che uno deve essere entusiasta di quello che fa e apprezzo molto che Novembre lo sia. Ma, per favore, non stiamo parlando di come salvare il mondo.

Quanto dice Bellini, invece, è indice di una perdita totale nella progettazione. Se tutto si basa sulla creatività, concetto molto chiaro a mia zia quando va al corso di decorazione su piatti di ceramica bianca, vuol dire che l’essenza profonda del design si è persa. E’ vero, Bellini ha talmente tanti anni di esperienza alle spalle da cogliere senza esitazione la funzione di una sedia e poter passare, rapidamente, a questioni oltre la mera funzionalità.

Ma la mancanza di domande, come ci si siede, qual è la posizione più comoda, quali dimensioni deve avere perchè si adatti alle varie altezze delle persone che la usano, mi pare sia l’essenza di tutto ciò che di negativo ha oggi la progettazione di oggetti. Siamo semplicemente al brand, alla pura visione di un qualcosa che non ha alcuna necessità di funzionare bene.

Alcuni oggetti della Apple, sono effettivamente rivoluzionari perchè affiancano al design puramente “estetico” (scusate la parola), una riflessione profonda sul come sono gli oggetti progettati, in che maniera possono cambiare le abitudini delle persone, o, meglio, come possono venire incontro alle caratteristiche essenziali del corpo umano (ho delle mani, le uso, tocco, giro, ingrandisco, rimpicciolisco, non devo affaticarmi nell’uso, devo capire come funziona ad una prima occhiata, …)

Il design di oggi, spesso, si perde invece nel disegno slanciato del creativo, nella forma di un oggetto, nella sua apparenza visiva. Non è niente di più che l’orpello cool da vendere ad una specie di nuova borghesia arricchita che richiede di posare il suo sedere fasciato da un pantalone firmato, su una poltrona altrettanto firmata.

Comoda, scomoda, bella, brutta, alta, bassa, banale, complessa, ricca, povera: nessuna domanda.

 

Ps

Sono finalmente entrato nella sede del Sole 24 Ore, progettata da Renzo Piano.

L’idea di impiantare una sorta di fitto boschetto al di sopra di una parte di edificio, nella corte, aperto sulla strada esterna, mi pare molto interessante. Riesce a trovare un momento poetico in una città che si riempie la bocca della parola verde, ma non sa effettivamente cosa sia.

Poi, ritornando all’interno, si ritrova la capacità principale di Piano, sintetizzata da un amico che mi accompagnava: riuscire a far sembrare di plastica ogni materiale che costruisce l’architettura. Per non parlare del marroncino indisposto del laterizio e dei pannelli interni. Ci siamo fissati sul dettaglio di un parapetto: per reggere una lastra di vetro e un corrimano metallico, ci sono voluti più dettagli che per costruire un edificio intero di un qualsiasi altro architetto che non sia definito High Tech.

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