churchology #2: Sint Benedictusberg Abbey, Lemiers

by diego terna

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Scandendo lo spazio

L’abbazia di San Benedetto, progettata dal monaco-architetto Hans van der Laan tra il 1956 e il 1986, si costruisce attraverso dimensioni rigide, tracciati impalpabili eppure fortissimi, che non lasciano respiro; pare uno spazio ostile, al limite del paradosso, un gioco rinascimentale esasperato, nel quale l’uomo non è più misura dell’universo, ma si deve adattare ad una griglia feroce, che non gli permette di trovare rifugio nel non finito, nei fertili errori dettati dalla casualità delle forme.

Non esiste una linea curva, l’angolo retto è padrone assoluto dell’ambiente: lo stesso suolo sul quale si cammina viene diviso in campiture matematiche, che propongono un’estensione tridimensionale della griglia geometrica.

Eppure lo spazio risulta, con un effetto straniante, confortevole ed accogliente, facilmente percorribile in ogni singolo ambito: la continua dialettica fra i pieni dei pilastri e i vuoti delle campate o fra i muri e le finestre, riesce a definire un’atmosfera piena di senso, che ricorda i lavori dei pittori metafisici, ma riportati in un ambito non proprio, nella luminosità ambigua dell’Olanda meridionale.

La piccola corte, che distribuisce le funzioni principali, tra le quali la chiesa e la cripta, diventa, ancora, luogo di spazialità scorretta e proprio per questo fertile, capace di rompere la rigida griglia delle murature: non è qui che ci si aspetta un chiostro aperto, con una superficie così ridotta, con una doppia altezza che lascia entrare i raggi solari solo nelle ore più centrali della giornata. E’ un misto di architettura nordica e mediterranea che ci accoglie con sorpresa, come fanno, poi, le ambigue ombre metafisiche: il bianco dei muri, che vorrebbe  essere la superficie espressiva della matematica, si combina con il legno verniciato di un azzurro desaturato, portandoci un flebile ricordo di architetture marinare, qui, tra le colline racchiuse dalla Germania e dal Belgio.

L’azzurro, che si ritrova nelle sedute e negli arredi semplici e squadrati, ci racconta ancora di un ambiente la cui rigida serialità è continuamente messa in discussione da incidenti posteriori (le ombre nette, il legno, il colore).

In questa “diatriba” è possibile allora sedersi nella chiesa come al di fuori dal mondo corrente, trasportati nella virtualità da una continua misurazione dello spazio, ma incoraggiati da una serie di ricche ambiguità, che pongono il visitatore sulla linea di un sottile, eppur stabile e rilassante, equilibrio.

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