specie di libri #16: Louise Bourgeois (by Chiara Quinzii)

by diego terna

La raccolta di scritti di Louise Bourgeois Distruzione del padre ricostruzione del padre, a cura di Marie-Laure Bernard e Hans-Ulrich Obrist , edito da Quodlibet,  ci racconta di come trasformare la vita in arte, di come spesso l’arte diventa vita. E’ come leggere il diario segreto di una donna che è prima diventata adulta, poi si è innamorata, si è sposata, è emigrata, ha avuto faticosamente dei figli ed è diventata serenamente vecchia. Una vita che è iniziata a stento e il cui inizio ha segnato la sua esistenza, il rapporto con il padre (da cui il titolo), con l’istitutrice – amante del padre – e la figura della madre, grande protagonista nelle sue opere nella sua figura di tessitrice e donna paziente.

Sullo sfondo della vita di questa donna passa l’arte occidentale del dopoguerra, l’incontro con maestri come Picasso, Mirò o Duchamp, il suo personale e umanissimo modo di giudicarli e raccontare gli aspetti meno conosciuti della loro biografia (Duchamp era impotente, Giacometti non usciva di casa dalla paura).

La sua arte è, prima, una maniera di raccontare la sua storia, le sue inquietudini, quasi una maniera di auto psicanalizzarsi, poi diventa uno scoprire che quelle inquietudini e quelle espressioni sono comuni a molti e le sue opere, quindi, cominciano ad interessare il grande pubblico fino a garantirgli una delle carriere artistiche più prolifiche nella storia dell’arte.

Louis Bourgeois porta la vita nell’opera d’arte, le sue sculture, come raccontava, sono una maniera di liberarsi di un trauma, sono la riscoperta della materia, il tentativo di estrarre dalla materia le forze nascoste della coscienza, quasi come Francis Bacon faceva in pittura (l’artista irlandese era infatti molto amato dalla Bourgeois): Io faccio scultura perché ne ho bisogno, non per divertimento. Non mi diverto affatto – in effetti, tutto quel che faccio è un campo di battaglia, un combattimento all’ultimo sangue.

L’ironia di farsi ritrarre ormai anziana, da Mapplethorpe, con teneramente in braccio un pene, di dimensioni esagerate e il cui titolo dell’opera è Fillette, ci parla di una donna che vince una forse iniziale estrema inibizione e ingenuità con disinvoltura e volontà di liberazione da ogni preconcetto, una donna francese negli Stati Uniti che vive della sua arte e dice: in fondo il mio lavoro mi rappresenta più della mia presenza fisica.

Louise Bourgeois non parla quasi mai propriamente di architettura, ci parla però di materiali, di materiali nuovi ed inusuali (lattice, acciaio, tessuti) o materiali classici usati in nuove forme (bronzo, marmo, legno): […] ho preso coscienza del modo in cui i nuovi materiali possono sostituire le tecniche più tradizionali e di come, permettendo all’artista di essere sia creatore sia tecnico, essi gli consentano di ottenere nuovi effetti da materiali venerandi.

Alla tecnica classica dello scavare, l’artista sostituisce le azioni del colare, scalfire, sovrapporre, della lotta con il materiale per dargli forma tra configurazioni geometriche e organiche, tra materiali duri e molli, forme non razionali che vengono dall’inconscio e lottano con la materia per uscire. La ricerca sui materiali è estenuante, anche quelli più minerali mostrano la propria organicità.

Alcune delle sue Cell o delle sue Lair (Tane) ci parlano di ambienti domestici, ricreano i sentimenti di quegli spazi, forse ci fanno capire quali sono gli impulsi, non sempre idilliaci, che quegli spazi realisticamente ospitano e potranno ospitare.

Negli Enviroments (è una delle prime artiste a realizzarli) posiziona le sue figure in uno spazio rendendolo ambiente attraverso le relazioni psicologiche tra queste: lo spazio è la tensione emotiva tra le sculture. Nella galleria c’è la complessità della sovrapposizione, una confusione tra spazio reale e spazio predefinito, tra rapporti reali e rapporti predefiniti commenta Susi Bloch in una intervista nel 1976. Lei risponde: Perché confusione? Esistono senza sovrapporsi. Uno è lo spazio reale e l’altro è lo spazio simbolico.

chiara.quinzii@gmail.com

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