specie di libri #21: Asimov racconta di Kapoor

by diego terna

– Che cosa c’è nell’Oscurità che debba per forza farmi impazzire?

Sheerin sorrideva tra sé mentre, con gesto distratto, giocherellava con la bottiglia vuota. – Lei ha mai sperimentato l’Oscurità, giovanotto?

Il giornalista si appoggiò contro la parete, riflettendo. – No. Non posso dire d’averla sperimentata. Ma so che cos’è. Una semplice… ecco… – accennava movimenti vaghi con le dita e, all’improvviso, s’illuminò. – Una semplice assenza di luce, come nelle caverne.

– È mai stato in una caverna?

– In una caverna? No, naturalmente!

– Lo immaginavo. Io ho tentato, la settimana scorsa, tanto per farmi un’idea, ma sono scappato fuori di corsa. Mi sono addentrato fin dove la bocca della caverna era appena appena visibile, come una macchia di luce, e intorno a me tutto era buio pesto. Non avrei mai creduto che una persona della mia mole potesse correre tanto velocemente.

[…]

Ma c’è stato, lei, alla mostra Centennale di Jonglor, due anni fa?

– No, purtroppo non sono riuscito ad andarci. Novemila chilometri sono davvero un viaggio troppo lungo, perfino per visitare la Mostra.

– Bene, io sì. Ma avrà almeno sentito parlare del “Tunnel del Mistero”, che superò tutti i record di affluenza nel parco divertimenti: per il primo mese o due, per lo meno.

– Sì. Non vi fu un certo trambusto, in proposito?

– Poco, però. La cosa venne messa a tacere. Vede, il “Tunnel del Mistero” era lungo poco più di un chilometro: senza luci. Si saliva su un’automobilina scoperta e, per un quarto d’ora, si filava attraverso l’Oscurità. Un passatempo che piacque molto… finché durò.

– Piaceva molto?

– Sicuro. C’è del fascino nell’essere spaventati, quando questo fa parte del gioco. Il bambino nasce con tre paure istintive: dei rumori forti, del cadere e dell’assenza di luce. Per questo è considerato tanto divertente, precipitarsi incontro a qualcuno, gridando “Buuu!”. Ed ecco perché è così divertente salire su un ottovolante. E, sempre per questo, il “Tunnel del Mistero” da principio fece faville. La gente usciva dall’Oscurità senza fiato, tremante, mezza morta di paura, ma continuava a pagare per riprovare la stessa emozione.

– Sì, sì, aspetti. Ora ricordo. Qualcuno uscì di là privo di vita, vero? Per lo meno, così ho sentito dire, in seguito alla chiusura del tunnel.

Sheerin alzò le spalle. – Bah! Due o tre morti: una cosa da poco! Le famiglie vennero indennizzate e il consiglio comunale di Jonglor fu convinto a lasciar cadere la cosa. In fin dei conti, dicevano gli organizzatori, se una persona debole di cuore vuole entrare nel tunnel lo fa a suo rischio e pericolo. E poi, vennero prese delle misure. Misero un medico di guardia, nella biglietteria, e chi voleva salire su una di quelle automobiline doveva prima sottoporsi a una visita di controllo. Questo fece salire materialmente alle stelle la vendita dei biglietti.

– Bene, e allora?

– Ma c’era dell’altro, vede. A volte la gente usciva di là in condizioni perfette, salvo che rifiutava di entrare nei luoghi chiusi: in qualsiasi luogo chiuso, compresi i palazzi, le ville, gli appartamenti, le capanne, le cabine e perfino le tende.

Theremon sembrava colpito. – Insomma, rifiutavano di stare al chiuso? E dove dormivano?

– All’aperto.

– Be’, ma… avrebbero dovuto costringerli a rientrare.

– Oh, lo fecero, lo fecero. Ragion per cui, quelle persone venivano prese da violente crisi isteriche e facevano del loro meglio per fracassarsi il cranio contro la parete più vicina. Una volta portati al chiuso, era impossibile tenerceli senza ricorrere all’uso della camicia di forza o di una massiccia dose di tranquillanti.

– Ma allora erano pazzi!

– Pazzi, sì, esattamente. Su dieci persone che entravano in quel tunnel, almeno una si riduceva in quello stato. Chiamarono in aiuto gli psicologi, e noialtri facemmo la sola cosa possibile: quella di chiudere la mostra. –

Sheerin allargò le braccia.

– Che cos’era successo a quella gente? – domandò alla fine Theremon.

– In pratica, la stessa cosa capitata a lei poco fa, quando, nel buio, ha avuto l’impressione che le pareti volessero schiacciarla. C’è un termine psicologico per indicare l’istintiva paura dell’uomo per l’assenza della luce: “claustrofobia”. Noi la chiamiamo così perché la mancanza di luce è sempre connessa con gli spazi chiusi, per cui il timore di una cosa equivale al timore dell’altra. Capisce?

– E quelli del tunnel?

– Quelli del tunnel erano, in particolare, malcapitati la cui mente non possedeva l’elasticità necessaria per superare il senso di claustrofobia da cui erano assaliti nell’Oscurità. Un quarto d’ora senza luce è lungo a passare; lei, poco fa, è rimasto al buio soltanto due o tre minuti, e ho avuto l’impressione che fosse piuttosto sconvolto. Quelli del tunnel soffrivano di un disturbo che noi chiamiamo “fissazione claustrofobica”. In loro, la paura latente dell’Oscurità si era cristallizzata ed era diventata attiva, nonché, per quanto ne sappiamo, permanente. Ecco che cosa possono fare quindici minuti passati nell’Oscurità.

Isaac Asimov, Notturno, 1941

La monumentalità delle ultime opere dell’artista indiano Janis Kapoor è ben visibile nell’installazione Dirty Corner, specificamente disegnata per la Fabbrica del Vapore a Milano (aperta fino all’8 Gennaio 2012): si tratta di una monumentalità che tende ad affrontare i temi propri dell’architettura (l’attivazione di uno spazio peculiare, la deformazione sistematica delle caratteristiche dell’intorno umano, la diminuzione di un senso a favore degli altri come approccio all’ambiente in cui ci si immerge) ed a restituire delle sensazioni spaziali con brutalità, con atti forti che mettono in difficoltà i visitatori.

L’istallazione milanese può essere descritta attraverso le parole di Asimov, che nel 1941 ipotizza un mondo che ruota attorno a sei stelle, inondando i suoi abitanti di una luce permanente che, però, viene improvvisamente interrotta ogni duemilacinquecento anni da una eclisse totale, portando, ciclicamente, il caos sul pianeta a causa della pazzia indotta da una generale claustrofobia.

Il lungo tubo di Kapoor fa leva su questa paura atavica: pochi passi all’interno del corridoio riescono ad avvolgere lo spettatore in un buio indefinito, che restringe lo spazio, toglie i riferimenti alle tre dimensioni, acuisce l’udito e il tatto. E’ come se, eliminando l’intorno, lo spettatore fosse costretto ad affrontare la sola, propria, persona: l’occhio non vede altro che se stesso, tanto più mentre si addentra nell’infinito corridoio, quando, abituati all’oscurità, gli occhi notano l’ombra del corpo, proiettata verso il fondo, quasi impercettibilmente più scura dell’ambiente circostante.

Lo spettatore può vedersi nel buio indefinito allestito da Kapoor: l’ombra si comporta come un riflesso dell’io, che fa strada nell’oscurità anticipando la persona fisica, accompagnandola nel viaggio di scoperta verso il fondo, dove una nuova, flebile, luce, segnala, finalmente, l’uscita dalla claustrofobica macchina.

speciedilibri@gmail.com

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