Il design spiegato a me stesso #3

by diego terna

Passo sotto le gambe di una drag-queen nello studio di Portaluppi.

Anche quest’anno è fatta, penso.

E’ finita la settimana del Fuorisalone 2012.

Propendiamo, credo, ad allargare le nostre personali sensazioni a supposte tendenze in atto e così farò anch’io: quello di quest’anno è stato un evento che sta cambiando radicalmente, evolvendo in una situazione indipendente dalle sue aspirazioni native.

Qui il design di oggetti non c’entra più nulla ed è giusto così.

Non è più possibile trasformare la città in un bazar di oggetti più o meno interessanti e riusciti: la quantità, nonostante il mondo in cui viviamo prosegua verso questa idea, non riesce più ad attirare attenzione.

Non può essere altrimenti: il design di oggetti è, oggi sempre più spesso (a parte, naturalmente i pochi, bravi, progettisti), pratica comune di una serie di persone incapaci di formulare un pensiero progettuale che si discosti da un gesto puramente formale, magari raffinato, piacevole, “bello”, ma in generale vuoto di significati.

Casualmente scopro un piccolo schema di Gio Ponti che racconta, con pochi tratti e ancor meno parole, il perchè della forma di un set di posate: il coltello si impugna in maniera tale che se ne usa in special modo la punta e per questo la forma della lama si deforma per ampliare e rinforzare il movimento ergonomico.

Questo, io credo, è il progetto di un oggetto: l’evoluzione di una forma a partire da uno studio ergonomico e funzionale. Non c’è nulla di più che ci permetta di giudicare un buon progetto, o, meglio, possiamo dare un giudizio solo muovendo da questa prima considerazione.

Ancora, casualmente, osservo una scarpa, alla cui progettazione ha partecipato lo studio Arup e capisco il divario tra lo schema semplice di Ponti e l’ambiguo uso di un nome “nobile” nel progetto di una suola da scarpe.

Il design di oggetti, come avviene nel cinema, nella musica, nel calcio, nella politica, cerca di avvantaggiarsi non nella qualità del prodotto, ma nella foga di un nome, di una personalità, indipendentemente dal reale apporto che questo nome può dare nella progettazione. E’ certo che ciò avvenga anche nell’arte e nell’architettura, ma in questi giorni abbiamo assistito all’esibizione di improbabili progettisti di oggetti e alla sottomissione delle riviste specializzate ai rituali nei loro confronti (per esempio, Domus che intervista Lenny Kravitz, con buona pace di Ponti).

Mi è sembrato inutile, allora, girovagare per la città in cerca di un oggetto ben progettato: questa è un’attività per pochi adepti, che riescono a cogliere sottili sfumature nelle gambe di un tavolo, nella piegatura di una lamiera, nella curvatura di una termoformatura. Si tratta di piccoli dettagli, che è necessario sondare giusto perchè nell’insieme forse non esiste una reale innovazione.

Allora la Designweek 2012 ha forse proseguito nell’unica strada che le permetta di sopravvivere: essere un evento sociale nella città.

Durante questa settimana, come esplodendo, si liberano le tensioni di una città incapace di offrire una quotidiana ospitalità nei suoi spazi collettivi, aprendo ai cittadini luoghi in generale arroccati entro le pareti di una manifesta nobiltà e permettendo dunque che avvenga ciò che è vitale in una città: l’incontro fra le persone.

In effetti la settimana del Fuorisalone sta ottenendo ciò che la crisi sembrava voler togliere: la gioia (seppur ansiosa, spesso) di comunicare con altre persone, di rivedersi in luoghi inediti, di approfittare di un’ospitalità inattesa (anche se frenata dal tentativo di essere esclusiva), di vivere dunque, anche se per poche ore, in una grande convivialità, muovendosi per le strade cittadine come se queste fossero realmente pensate per il movimento lento degli uomini, e non solo per le folli corse automobilistiche.

L’evento del Fuorisalone, ormai, non ha alcun legame con la progettazione degli oggetti: è il pretesto per ricordare che le persone vivono concentrate in un territorio altamente antropizzato perchè necessitano di una rete di esseri umani all’intorno, di relazioni possibili e, anzi, favorite, di legami che si intersecano nella scoperta dell’incontro.

Naturalmente, essendo lo spettacolo, nonostante tutto, a Milano, la città pubblica risulta assente: ogni singolo spazio, ogni singolo evento, ogni singola sistemazione urbana (temporanea) è il risultato di un progetto privato, che cerca di costruire, per la breve durata del Fuorisalone, una alternativa cittadina che risulti ospitale: così facendo, però, segue solo i propri interessi, senza badare ad una unitarietà di intenti che potrebbe realmente trasformare in maniera definitiva, anno per anno, la città.

Questo sarebbe compito del pubblico che, pare, non si sia presentato all’appello.

Di seguito alcuni oggetti che mi sono parsi interessanti nel breve peregrinare delle mostre.

Andrea Caputo, Unit #3

Ettore Contro – Mirco Monopoli, Ambrogio-San

Sandra Fruebing, Explore Space

Alexander Groves, Azusa Murakami, Kieren Jones, The Sea Chair Project

Ross Lovegrove, Lasvit Liquidkristal

Nate Lowman, The Doors

Yasushi Matsumoto, Sottosopra

Alexandra Midal, a cura di, Inverse Everything

Italo Rota – Bonsaininja, Life/Installed

Gaspard Tiné-Berès, Lasso

Patricia Urquiola, Budri

Candida Zanelli, Nendoo

Replay Laserblast Party Night

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