MACAO won’t go to Venice

by diego terna

Macao, in questi giorni, non si trova più negli interni della torre Galfa, ma su via Galvani.

Il Comune ha offerto loro spazi nell’ex Ansaldo, ottenendo mugugni e, probabilmente, rifiuti.

In fondo, forse, è giusto così; la mossa dell’occupazione era diretta verso due scopi: chiedere spazi per poter costruire esperienze legate all’arte contemporanea; evidenziare il paradosso nell’erezione continua di volumetrie costruite, a fronte di migliaia di metri cubi vuoti e sfitti nella città.

Macao, forse, non è altro che il figlio di una città pubblica che è rimasta sottocoperta per troppi anni e che non si raccapezza della necessità della sua esistenza. In questo senso, grazie a Macao, questa città pubblica si è trovata, per la prima volta dopo anni, sul ponte, in balia delle onde e del vento.

Se il Comune saprà cogliere questa opportunità e se Macao perderà il suo sentore di autogestione scolastica (leggendo alcuni dei suoi comunicati ufficiali nulla lascia presagire un cambiamento nella comunicazione, però), forse Milano riuscirà a trasformarsi in una città vera: smettendo di costruirsi per pura sommatoria di metri quadri residenziali, ma fornendo i suoi cittadini di luoghi dove “vivere ed abitare” in senso più ampio.

Di seguito una breve proposta frutto del concorso bandito nei primi giorni di occupazione della Torre Galfa, sviluppata con Chiara Quinzii.

Milano Ama la Cultura Artistica Odierna

 

oppure,

Museo di Arte Contemporanea Attualmente Occupato

Modern And Contemporary Art Office

Milanese And Contemporary Art Organization

Nel 1961 Michelangelo Antonioni introduce il film La notte attraverso una spettacolare discesa lungo il grattacielo Pirelli, una sorta di immersione verso la città simbolo del boom economico di quegli anni in Italia. La sequenza iniziale è una lunga visione della città dall’alto, che mostra l’allora nascente Centro Direzionale di Milano, usato come forma e metafora di un’epoca che ha trasformato radicalmente i modi di vita, i rapporti, le relazioni, il lavoro delle persone in un intero paese.

Nello stesso anno Gio Ponti presenta sulla rivista Domus il progetto dell’architetto Melchiorre Bega, la Torre Galfa, che prende il nome dalle iniziali delle due strade con le quali confina. Lo fa con un’enfasi notevole, seppur sinteticamente: “[…] qui siamo in presenza di un altro fatto di altrettanta sostanza storica, vorremmo dire, perché, oltre che rispecchiare un modo ed una dimensione del costruire che procedono da una realtà di portati propria dell’epoca in cui viviamo (e dei suoi sviluppi), questo progettare rispecchia con assoluta schiettezza una realtà umana, quella vitale dell’operosità, dell’intraprendenza, del coraggio fattivo dei milanesi.

E, aggiungeremo, raggiunge una bellezza che è subito compresa e amata, perché è la forma (tecnica, e tetica e rappresentativa) di una verità.

Quarantuno anni dopo quelle immagini e quelle parole, la Torre Galfa, e la sua influenza sull’intorno, possono nuovamente rispecchiare una realtà umana, ancora vitale, ancora intraprendente, ancora coraggiosa.

E’ la realtà di una occupazione che prova a diventare forma e metafora di un’epoca che può trasformare, ancora, i modi di vita, le relazioni, il lavoro delle persone.

Non è un caso che il boom economico abbia lasciato la propria sostanza “vuota” nel centro della città: il 2012 sarà un anno difficile per l’Italia e l’Europa, dopo che la crisi si è avvitata lungo una spirale che dura ormai da quattro anni. La Torre Galfa, che faceva parte del panorama ritratto da Antonioni, è uno dei simboli di questa crisi che però, prima ancora che economica, è una difficoltà di immaginare un futuro diverso rispetto al lascito degli anni 60.

Lì, la città cresceva, si ampliava, in superficie e, ancora più, in altezza; qui, la città si svuota, perde la capacità di accogliere nuovi abitanti.

La Torre Galfa accompagna, visivamente, gli ultimi progetti improntati all’immaginario del boom economico, grandi torri che riempiono gli ultimi vuoti della città, pur rimanendo probabilmente, essi stessi, volumi vuoti che si autoammirano, ma che, spesso, rimangono muti nei confronti della città.

L’occupazione della Torre Galfa, allora, può essere il segno di un cambiamento, di un vuoto che si riempie di persone, di funzioni, di attività, di relazioni.

Lo può fare parlando una lingua condivisa che, al di là del colore politico, ritorna al pubblico con la politica, con la capacità, cioè, di raccontare un immaginario alla città, di testimoniare, con la sua presenza, quale futuro Milano voglia costruire.

MACAO is going to Venice, una proposta.

L’occupazione della Torre Galfa è coincisa con un periodo di forte polemiche per la mancata nomina del curatore del Padiglione Italia alla Biennale d’architettura di Venezia del 2012.

Un vuoto urbano ha trovato un corrispondente culturale a qualche centinaio di chilometri di distanza.

Proponiamo, dunque, che la nascita di MACAO possa trasformarsi in un processo architettonico e che tale processo divenga un esperimento da presentare alla Biennale di Architettura di Venezia.

Nei prossimi tre mesi la torre si può prestare a diventare lo sfondo di un ripensamento profondo dell’architettura contemporanea: dagli edifici iconici, simbolo di una sorta di economia distorta, che prevede crescita solo in presenza di edificazione, la Torre Galfa può presentarsi come esempio di appropriazione del vuoto attraverso l’impegno dei cittadini.

Il progetto, dunque, trova il suo interesse non solo nella forma spaziale dell’architettura, ma diventa luogo di confronto fra gli attori che costruiscono l’urbanità: politici, artisti, economisti, architetti, cittadini.

L’occupazione di MACAO diventerà esempio se saprà costruire un percorso di sviluppo che riesca a dare una stabilità ad una situazione attualmente precaria, ponendosi come esempio per altre, numerose, realtà simili.

Per far questo riteniamo che i pochi mesi che ci separano dall’inaugurazione della Biennale di Venezia, possano essere spesi per la redazione di un bando di concorso, frutto di un pensiero collettivo fra pubblica amministrazione, proprietà e progettisti.

MACAO deve vivere senza ansia e per far questo deve trovare un modello di sviluppo sostenibile, che rispetti la proprietà privata e il suo investimento economico e permetta al pubblico di diventare un attore di supporto all’avventura.

Il bando di concorso, infine, permetterà di richiedere una forma spaziale ed economica a questo nuovo sviluppo e metterà l’Italia e Milano nella posizione di interprete di un sentimento diffuso, di una necessità evidente, di un tentativo di risolvere un nuovo tipo di crescita.

La Biennale sarà una delle vetrine nelle quali presentarsi, richiedere aiuti, suggerimenti, gemellaggi.

Il punto di partenza saranno le esperienze maturate in altri luoghi, alcune già mature, altre in nuce, ma sicuramente materiali di interesse per il percorso di MACAO.

Alleghiamo dunque alcune immagini di riferimento, punto di partenza e di approccio a questa nuova realtà milanese che, forse, riuscirà a trovare uno sbocco naturale affacciata su un paesaggio lagunare.

QT_macao galfa riferimenti

Chiara Quinzii- Diego Terna

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