conferenza #1: la casa è un app per abitare? (sedimenti, alcuni)

by diego terna

flyer conferenza ex maddalena

Sono passati quasi due anni dalla conferenza tenuta nell’ex chiesa della Maddalena.

Per mesi mi sono ripromesso di caricare online le discussioni che sono avvenute durante la stessa, così come i molti video che tante persone mi hanno gentilmente inviato o le altrettante videochiamate skype che ho registrato (per esempio, qui e qui).

Mi ha sempre frenato, oltre la pigrizia, un senso di incompletezza: i temi toccati, sicuramente acerbi, sono, per me, assai importanti e necessiterebbero di un approfondimento adeguato.

Ma, tant’è: spesso succede che il voler fare troppo implica il non fare. E così è successo.

Poi Ugo Rosa, l’unico che abbia risposto alle domande attraverso il solo testo, ha caricato sul suo sito le risposte inviatemi.

E quindi ho pensato che forse questa era l’occasione di mostrare un lavoro abbozzato, ma che magari può avere degli spunti di interesse, evidenziando, nel mio piccolo, quegli sforzi incompiuti che fece Terry Gilliam per il suo film su Don Chisciotte.

Di seguito, dunque, l’incipit di un testo che ho iniziato a preparare subito dopo la conferenza e subito interrotto, e l’introduzione che mi ero preparato per aprire la conferenza stessa (parlare a braccio è una cosa che so fare poco, purtroppo).

Testo post conferenza

Passato poco più di un mese dalla conferenza organizzata a Bergamo, qualche sedimento forse, potrebbe apparire più prezioso di altri e vale la pena cercare di raccoglierlo.

Davanti ad una platea ristretta di coraggiosi ci siamo ritrovati in sette persone (oltre a me, Ilaria Mazzoleni, Fabio Fornasari, Oliviero Godi, Giovanni La Varra, Paolo Panetto, Pietro Valle) e undici avatar (Marco Atzori, Marco Brizzi, Silvio Carta, Salvatore D’Agostino, Tiago Giora, Mario Gerosa, Stefano Mirti, Emmanuele Jonathan Pilia, Luigi Prestinenza Puglisi, Ugo Rosa, Luca Silenzi) a discutere per un paio d’ore sul tema proposto, prima ordinatamente poi, dopo un primo giro di interventi, in maniera animata e informale.

conferenza app-casa 1_Chiara Quinzii

Il progetto della conferenza cercava di immaginare un corrispettivo fisico degli argomenti principali della discussione: il rapporto fra scrittura e architettura, fra scrittura ed ipertesto, fra architettura e cultura digitale. Per raggiungere il risultato, si costruiva dunque attraverso la somma di differenti link, ognuno indipendente e animato da vita propria ma, in un preciso istante, in collegamento con ogni altro elemento presente, esattamente come succede in una pagina web.

Innanzitutto lo spazio fisico: la conferenza si è tenuto in una antica chiesa sconsacrata, l’ex Chiesa della Maddalena, a Bergamo, un piccolo scrigno racchiuso entro una corte che ne nasconde la presenza all’esterno, rafforzando il senso di sorpresa una volta attraversata la soglia di ingresso.

Svestito dai riferimenti cristiani, che non siano gli ampi squarci che aprono gli affreschi sopravvissuti al tempo, lo spazio racchiuso entro i muri dell’edificio risente di una aspirazione tuttavia religiosa, che si avverte nella tensione verso l’alto e nella contemporanea attenzione posta verso l’abside. I colori chiari, omogenei, che danno un tono simile ai diversi materiali che costruiscono la chiesa (pietra, legno, muratura), rafforzano l’idea di uno spazio inquieto, stretto entro i pesanti limiti del costruito, eppure leggero, sorprendentemente arioso, quasi a voler volatilizzare le spesse mura esterne.

L’ex chiesa della Maddalena ha definito, dunque, un ambiente ricco e complesso, che si potesse porre come esempio fisico di costruito, cioè il fine ultimo , e principale, dell’architettura. L’edificio serviva come una sorta di promemoria, stabilendo in continuazione che l’architettura è, ancora e al netto di qualsiasi discussione sulla virtualità e sul digitale, spazio costruito.

[…]

Introduzione alla conferenza

Ho avviato per la prima volta un browser internet intorno alla metà degli anni 90, per cercare i testi delle canzoni di alcuni gruppi grunge. Usavo un motore di ricerca che si chiamava Altavista, installato su un computer della biblioteca dell’istituto superiore che frequentavo ai tempi.

L’esperienza web, da quel primo approccio poco spettacolare, ma alquanto utile alla ricerca intrapresa, si è evoluta negli anni, soprattutto nei primissimi universitari, con la scoperta di alcune webzine di architettura, come Arch’it, e la lettura di alcuni articoli su Domus che parlavano di mondi virtuali e di progettazione digitale.

Sembrava che da un momento all’altro l’architettura sarebbe radicalmente cambiata, che ai muri solidi circondanti lo spazio interno, si sarebbero sostituite pareti leggere e immateriali, in un susseguirsi indistinto di esterno ed interno, in un immersione totale di continue informazioni fisiche e virtuali, vertebranti i nuovi, rivoluzionari, spazi pubblici esterni.

Architetture come il Padiglione dell’acqua dei Nox o il Guggenheim di Bilbao di Gerhy, inducevano a pensare che la rivoluzione digitale fosse ormai alle porte e poco mancasse perché lo spazio architettonico acquisisse la piena consapevolezza del proprio essere “virtuale”.

Qualcosa non ha funzionato.

In effetti già allora era piuttosto difficile raccontare cosa stesse succedendo all’architettura: cosa fossero le pareti leggere e immateriali era problematico da spiegare, ma anche da immaginare.

Perché, in effetti, l’architettura non è cambiata in questi ultimi anni o, meglio, è cambiata poco alla volta, senza alcun punto di rottura, mantenendo in vita edifici di qualsiasi periodo storico, irradiandoli di una nuova serie di impianti tecnici, come prima era stato con l’acqua corrente, il gas, l’energia elettrica.

Contemporaneamente, i nuovi capolavori dell’architettura paiono correre unicamente verso una “forma”, un tentativo di costruire un’icona spaziale, un marchio riconoscibile. L’intento è spesso strutturale e geometrico ma, altrettanto spesso, questo approccio strutturale è di facciata, nel senso che la pelle dell’edificio diventa il luogo in cui concentrare gli sforzi progettuali dell’architettura, attraverso intrecci, deformazioni, allungamenti.

Se le forme accartocciate del Guggenheim sono state prodotte grazie allo sviluppo di software di disegno come Catia, è anche vero che Gerhy accartoccia personalmente i modelli fisici, che solo in un secondo tempo vengono scansionati e dunque digitalizzati.

L’avvento della realtà digitale, insomma, non pare aver portato un cambiamento radicale nei confronti dell’architettura e lo spazio racchiuso entro i muri solidi non pare aver risentito di un nuovo approccio alla progettazione.

Eppure, la comparsa di un nuovo “tipo” di web, il 2.0, ha ulteriormente dato impulso alla creazione di un universo digitale che potrebbe avere delle ricadute nel campo dell’architettura. La costruzione di un proprio io virtuale, attraverso programmi come Facebook e prima di questo, Second life, l’exploit di nuovi ibridi tecnologici mobili, come gli smartphone e i tablet, uniti a una rete universale di dati slegati da un luogo fisico, ha realmente immerso le persone entro uno spazio virtuale totale.

Se ciò abbia degli effetti in senso fisico è, effettivamente, difficile da capire.

Due progetti recenti, però, hanno costruito degli spazi fisici che paiono delle riproposizioni di alcune regole web applicate in campi spaziali; la data di inaugurazione, in effetti, pare legarsi in una sorta di continuità con la maturazione del fenomeno digitale.

In primo luogo, la novità più importante introdotta dal web riguarda il linguaggio e il ragionamento mentale: l’ipertesto è un testo scritto che viene arricchito da continui rimandi esterni, dei link che aprono, attraverso le parole, dei nuovi universi paralleli mano a mano che la scrittura scorre.

Il linguaggio ne viene radicalmente sconvolto e così il ragionamento mentale, che diventa più superficiale, meno legato all’approfondimento di un argomento ma più scattante nei collegamenti, maggiormente capace di costruire delle relazioni di appartenenza, di somiglianza.

Come un ipertesto pare costruirsi il Parlamento scozzese di Edimburgo, progettato dallo studio di Enric Miralles: basta osservare pochi metri quadrati dell’edificio per rendersi conto che non esiste zona che non adotti questa poetica di arricchimento dello spazio. L’esempio emblematico è la facciata che chiude gli spazi a uffici dei singoli parlamentari.

miralles_parlamento scozzese 3 ©diego terna

Ci si aspetta un piano semplice, con delle bucature e invece ci si trova di fronte a tanti piccoli edifici appesi alla facciata, che sono sì bovindi, ma con una propria autonomia spaziale. E allora si può notare che ogni miniedificio esce dalla facciata con uno sbalzo differente; sono presenti tre tipi di finestre di cui due apribili; alcune finestre hanno delle schermature per il sole; alcuni bovindi presentano addirittura dei lucernari.

Poi, salendo sulla collina di fronte al Parlamento, si scopre che le forme di queste miniarchitetture riprendono la forma in pianta delle torri degli uffici, sulle quali sono appese.

E, ancora, si nota che le torri non sono altro che estensioni paesaggistiche della collina stessa, quasi opere di land art, con le curve sinuose del terreno che diventano giardino e poi architettura.

La seconda novità introdotta con la realtà virtuale è più recente e si lega alla totale mobilità del fenomeno web. Con il passare degli anni stanno scomparendo tutti quegli oggetti (dal telefonino, alle auto, agli elettrodomestici, ai computer, ai navigatori satellitari, ai riproduttori musicali, …) che non abbiano una connessione con il web.

Ciò significa che le persone passano fluidamente da un’esperienza virtuale ad un’altra o, meglio, riescono a rimanere connesse con una realtà parallela attraverso una serie continua di media differenti. La fluidità nel passaggio da un medium ad un altro, da un tipo di hardware ad un altro, sta trasformando l’idea stessa di limite e bordo: non esiste un confine netto fra l’esperienza di ascoltare una canzone, vedere un video, leggere uno scritto, chattare e parlare attraverso cellulare o voip.

Il limite è labile e le persone riescono con leggerezza a non rimanere intrappolate entro uno schema definito, costruendosi degli ambiti temporanei, da disgregare con facilità.

Il Rolex Learning Center dello studio SANAA riesce a costruire con altrettanta leggerezza una serie di ambiti interni ed esterni ad un edificio, costruito con materiali che possono ormai definirsi tradizionali: cemento armato, vetro, metallo. La novità è puramente spaziale: l’edificio si configura come un ventre accogliente per “stare”, indipendentemente dal “fare”. In questo senso le funzioni espletate al suo interno, pur ricche e complesse, passano in secondo piano rispetto al puro spazio che si racchiude entro i limiti dell’architettura. Pare di trovarsi davvero in una grande lounge nella quale ogni forma è studiata per dare forza ai comportamenti delle persone. Qui ci si può sedere, sdraiare, studiare, leggere, mangiare, dormire, senza una netta separazione fra gli ambienti. I continui saliscendi, che dovrebbero legare l’architettura a una forma, sono in realtà degli espedienti per caricare lo spazio di differenti configurazioni e per donare ad alcuni luoghi una maggiore intimità rispetto ad altri, senza per questo eliminare quella sensazione di continuità che è la cifra distintiva dell’edificio. Le persone, insomma, riescono a passare da un’esperienza ad un’altra con estrema facilità, senza essere racchiuse entro campi funzionali definiti, ma, appunto, costruendosi di volta in volta degli ambiti personali temporanei entro i quali svolgere una funzione per poi passare con semplicità ad un’altra.

rolex center 14 ©diego terna_small

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