Dov’è il nono?

by diego terna

Da un dialogo su Facebook:

Robert Maddalena: anche la mia è un’opinione. dettata dai miei gusti che mi portano lontano dal gotico-horror-inglese e mi fa preferire la misura e la dolcezza dell’italianità.

Diego Terna: ma la misura e la dolcezza dell’italianità quanti capolavori hanno prodotto negli ultimi 20 anni? io ci penso un po’, ma così, al volo, non mi viene in mente niente.

Robert Maddalena: cosa c’entra il produrre ipotetici “capolavori” con il senso estetico… se ragioni così è da buttare, non solo la cultura italiana, ma l’intero occidente visti i risultati in termini di paesaggio, città e territorio che abbiamo generato negli ultimi 50-60 anni…

Alcuni pensieri sparsi, in risposta a Robert Maddalena:

  • la sinistra italiana ha perso, negli ultimi vent’anni, buona parte del rapporto con i cittadini italiani, perchè non ha mai voluto scendere a patti con l’elettorato più bieco: il truzzo tatuato che balla in discoteca non é mai stato un possibile interlocutore per la sinistra, che ha voluto mantenere una sorta di senso elitario di “raffinatezza” intellettuale.

Invece di correre incontro all’elettorato e di cercare di portarlo verso le proprie posizioni, lo ha, tendenzialmente, schifato: ha, cioè, evitato di sporcarsi le mani, mentre, contemporaneamente, chi vinceva le elezioni, e dunque governava anche la presunta classe raffinata e intellettuale della sinistra, si sporcava fino al collo per andare in quelle discoteche a cercare voti.

  • con un volo pindarico e forse poco logico, penso che negli stessi anni l’architettura italiana si sia guardata allo specchio, vedendosi colta, raffinata, piacevole. Niente grida, niente cadute di stile: Prestinenza Puglisi lo chiamava Soft Touch.

Anche l’architettura italiana ha deciso, consapevolmente, di evitare di sporcarsi le mani: invece di cercare l’innovazione (non tecnica, ma spaziale), che viene per forza da un dialogo con la società, anche, appunto, la più bieca, ha cercato di lavorare sulla precisione, sulla pulizia, sul dettaglio.

  • Per questa ragione, tra le altre, il design di oggetti, la grafica, l’editoria sono diventati i terreni di conquista degli architetti italiani: luoghi nei quali il controllo è totale, dove non esiste il rapporto con il committente, con la manovalanza di base, con la normativa locale.

L’architetto italiano (molti, non tutti)  ha, insomma, deciso di smettere di fare l’architetto, per orientarsi verso tutto ciò che ruota intorno al campo, ma senza entrarci: ha perso, semplicemente, il contatto con la caratteristica fondativa dell’architettura, lo spazio.

  • Zevi sosteneva che in tutta la storia dell’architettura italiana gli «autentici architetti-poeti […], creatori di linguaggi spaziali», fossero sette: Arnolfo di Cambio, Filippo Brunelleschi, Michelangiolo Buonarroti, Andrea Palladio, Baldassare Longhena, Francesco Borromini e Guarino Guarini.

Io aggiungerei Aldo Rossi, senza amarlo particolarmente, ma riconoscendogli la capacità di definire un linguaggio spaziale.

Poi? Poi nessuno, direi.

Piano avrebbe potuto trasformare in un linguaggio spaziale la sua attitudine tecnologica, ma la sua incapacità di lavorare sullo spazio, di dare un senso al vuoto, non lo mai portato a superare la macchina parigina, il Centro Nazionale d’arte e Cultura Georges Pompidou.

  • Se prendiamo la Spagna della metà del 2000, noteremo enormi scempi del paesaggio ad opera di urbanizzazioni e architetture di pessima qualità, in grandissima quantità. Ma, contemporaneamente, si potrebbe anche vedere una qualità dello spazio, sia esso pubblico che privato, piuttosto alto, nelle molte situazioni in cui si è affidato il progetto ad architetti capaci. Senza dimenticare la presenza di architetti che realmente hanno costruito nuovi linguaggi spaziali, come Miralles, o comunque di altissima levatura, come Campos Baeza, qualche volta Moneo, Abalos e Herreros, e così via.

In Portogallo c’erano Siza e la sua scuola, in Olanda OMA e la miriade di discepoli, in Svizzera Zumthor e Herzog e De Meuron, …

Quello che è successo in Italia negli ultimi vent’anni non è solo lo scempio del paesaggio; è mancato il livello medio (o, meglio, il livello medio si racchiude in pochissime opere) e soprattutto non vi è traccia di un creatore di linguaggio spaziale, di un caposcuola, di un maestro, insomma di una figura che cambia, nel bene o nel male, le sorti dell’architettura nazionale ed internazionale.

A Milano, dove operano molti architetti di buona, ottima, qualità, come Zucchi, Rota, +Arch, Park, l’unico edificio di nuova costruzione che può essere annoverato nei capolavori è stato progettato da stranieri: la nuova sede della Bocconi delle Grafton.

  • Tutto il resto dell’architettura, non è stato architettura, appunto: è stato design di oggetti, grafica editoriale, disegni fantastici, design della comunicazione; è stato, cioè, una somma di vicende sicuramente interessanti, ma che con l’architettura spartiscono ben poco, a meno che non si voglia essere così inclusivi dal giudicare, per esempio, i suggestivi disegni di Servino alla stregua, giusto per fare un esempio, del Rolex Centre di Losanna, che è, allo stesso tempo, suggestivo, radicale, immaginifico, profondo, quanto i disegni di cui sopra, ma con la fondamentale differenza che è spazio costruito.
  • Insomma, quando penso ai capolavori che mancano nell’Italia degli ultimi vent’anni, penso alla mancanza di edifici capaci di costruire un svolta nella storia dell’architettura e penso che quella che Robert Maddalena definisce la misura e la dolcezza dell’italianità , altro non sia che il rifugio di chi non si mette in gioco, di chi cammina lungo la strada conosciuta, di chi è focalizzato su di sé, cercando una inutile perfezione formale, diminuendo, via via, la portata di questa perfezione: prima nella città, poi nell’edificio, poi negli interni, poi negli oggetti, poi nel disegno e infine nella parola.
Advertisements