Book reduction #2: Cosmologia portatile

by diego terna

cosmologia portatile

Italo Rota, Cosmologia portatile. Scritti, disegni, mappe, visioni, 2013.

Book reduction è un esperimento di essiccazione di un libro, assolutamente personale, nel quale emergono frammenti di testo che mi hanno, particolarmente, colpito. Una sorta di bigino individuale, più o meno sintetico.

Il grassetto è del sottoscritto.

Potrei definire come tempo e non come spazio quel vuoto che mi è parso di riconoscere nell’attraversarlo.

L’architetto non può creare se non ascolta e comprende la voce di milioni d’umani, se non soffre le loro stesse sofferenze, se non lotta con loro per liberarsene. Usa il ferro che hanno forgiato, li guida verso il futuro perché sa cosa appartiene al passato. Ma, non vive che per Loro.

Costruire una casa nella natura, oggi, nasce dal presupposto che essa non deve “mimetizzarsi”. Se la natura è fatto acquisito per l’uomo, l’architettura si fa vedere anche da lontano, perchè il risultato non agisce contro di essa, ma dentro di essa.

La città oggi è fatta dai corpi degli umani, il paesaggio è fatto dalla massa degli umani, e tutti noi componiamo un landscape. Questo landscape è fatto di noi con su i nostri vestiti che sono le trame, i colori, le forme, e non a caso oggi la più grande forma di espressione è la moda: ma la moda oggi costruisce la forma della città.

La fine dell’uomo ideale è il fondamento stesso su cui basare qualunque progetto.

Questo fatto, di applicare l’intelligenza alla materia, credo sia uno dei sistemi per continuare oggi a creare in situazioni ambientali estremamente sofisticate e perverse, come la situazione italiana.

«Hanno dimenticato che la grande architettura è alle origini stesse dell’umanità e che essa è una funzione diretta dell’istinto umano». Questa “funzione diretta dell’istinto umano” è invocata da Le Corbusier all’inizio della sua opera famosa Vers une architecture. I costruttori primitivi erano stati in grado di adempiere alle due condizioni essenziali della grande architettura: la prima era che misurando mediante unità che l’uomo aveva tratto dal suo stesso corpo (il pollice, il piede e così via), le loro costruzioni erano fatte «a misura d’uomo, su scala umana, in armonia con l’uomo»; la seconda, che «essendo condotto dall’istinto a usare l’angolo retto, gli assi, i quadrati e i cerchi… [l’uomo primitivo] non poteva creare altrimenti che dimostrando a se stesso che aveva creato. Poiché gli assi, i cerchi, gli angoli retti sono verità della geometria, essi sono anche verità che i nostri occhi possono accertare… La geometria è il linguaggio della mente»

Joseph Rykwert.

I nuovi siti non sono altro che collegamenti poetici che traversano i vuoti della città contemporanea, terre di nessuno e di niente.

Bisogna reinventare la forma urbana con i pochi mezzi a nostra disposizione, avere una strategia per un sito vuol dire essere ricchi.

Ritrovare il senso delle cose, capire come un aeroporto può convivere con la torre di Pisa senza nascondersi, una linea di alta velocità con San Gimignano, tutti insieme in un nuovo territorio di nuovi siti.

Non dimenticare mai di dedicare tempo, arte e denaro ai soffitti, metà della sensazione di miseria che emana l’architettura contemporanea è l’assenza di veri soffitti, cupole o volte, meri retri di tetti altrettanto miseri.

Variare l’altezza delle stanze è una tradizione da non perdere, anche le piccole variazioni sono sempre le ben venute.

L’altezza e la forma di un soffitto sono l’indice della generosità di un edificio. Il soffitto è l’impalcatura che fa il cielo a una stanza e sostiene il pavimento di quella superiore.

Le stanze di una casa dovrebbero avere una superficie totale corrispondente a un quarto dell’ambiente principale.

Una scala ben proporzionata vi permette di andare ovunque, un percorso è una storia, una scala un viaggio.

Col tempo ci si abitua a tutto, anche alle case popolari.

Forse non è possibile abituarsi alle case popolari.

Nell’architettura deve rinascere il desiderio di non terminare gli edifici, non per il gusto del non finito ma per poter lasciare la possibilità di evolvere nel tempo e ristabilire una continuità spezzata dai moderni.

[…] un’architettura che non è prodotto di un solo uomo, che prevede spazi non progettabili, capace di porsi nell’ottica del non completamento, sarà il futuro della nostra arte del nostro lavoro.

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